Chapter 6 Terremoti artificiali. La sismologia aristotelica nella guerra sotterranea del Rinascimento

In: Material World
Author: Morgan Ng

Il concetto di paesaggio sotterraneo formulato dal mondo antico esercitò un forte fascino sull’immaginario artistico rinascimentale. Autori come Aristotele e Teofrasto, Seneca e Plinio il Vecchio consideravano il mondo ipogeo della natura un fecondo incubatore di fenomeni nascosti, originati da eteri primordiali emergenti dalle viscere della Terra. Per gli antichi, queste sostanze gassose, quando sottoposte a caldo e freddo, umidità e siccità, rarefazione e condensazione, mescolanza e separazione, si combinavano nel sottosuolo fino a formare metalli e minerali. Secondo Aristotele, in particolare, le esalazioni umide solidificate, intrappolate tra le rocce, davano luogo a vene metallifere, mentre le esalazioni secche mescolate con l’acqua si fondevano nella pietra.1

Gli artisti e gli architetti del Rinascimento si sforzarono, a loro volta, di imitare i poteri generativi della natura e riprodussero in forma pittorica, con affreschi e mosaici, marmi in tutte le varietà di venato, screziato e variegato.2 Questa ricostruzione della geologia o geografia sotterranea si estese anche all’architettura, come si può osservare nella pratica dell’epoca di costruire grotte artificiali (fig. 6.1). Con le loro superfici scoscese in finta roccia, costantemente inumidite da fontane e altri giochi d’acqua, impreziosite con veri elementi naturali come conchiglie, coralli e stalattiti, le finte grotte rievocavano i processi biologici di pietrificazione in essere sotto la superficie della Terra.3 In una prospettiva culturale più ampia, tali architetture testimoniavano il desiderio diffuso di dissotterrare e imitare i tesori nascosti nel sottosuolo, desiderio che culminò negli sforzi archeologici e antiquari con cui i reperti in bronzo e marmo delle civiltà sepolte venivano scavati, esibiti e imitati.4

Figura 6.1
Figura 6.1

Bernardo Buontalenti, Grotta Grande, 1583–1593, Giardino di Boboli, Palazzo Pitti, Firenze

Foto: Fred Romero

Eppure, nonostante il recente interesse per questi temi naturalistici, che hanno ispirato opere d’arte di straordinaria bellezza, gli storici dell’architettura e dell’arte hanno perlopiù tralasciato il lato oscuro di questa tradizione naturalistica. Dopo Aristotele, autori sia antichi che moderni evidenziarono il paradosso per cui lo stesso flusso alchemico che produceva minerali ricchi di sostanze nutritive per l’uomo poteva anche catalizzare eventi catastrofici. Le medesime forze naturali, che si agitavano sottoterra, potevano provocare terremoti e altri fenomeni correlati, quali eruzioni vulcaniche e geyser, con conseguenze disastrose per la vita umana. Nel Rinascimento, pertanto, la ricerca del raro e del bello nel sottosuolo non poteva dissociarsi dall’inquietante nozione che nelle vicinanze di tali tesori si celassero pericoli nascosti, e dalla sensazione che i processi generativi e distruttivi della natura si unissero in un interminabile, insolubile rapporto di mutua dipendenza e conflitto.

Questo studio verte sulle considerevoli (ma ampiamente sottostimate) ripercussioni di tale tradizione di studi naturalistici per una branca della pratica architettonica del XVI secolo di grande importanza: l’ingegneria militare. Nello stesso momento in cui gli umanisti indagavano sempre più avidamente i meccanismi fisici dei terremoti, le armi da fuoco conferivano agli eserciti una potenza distruttiva senza precedenti, anche attraverso tecniche di guerra ipogee. Si misero a punto pratiche di assedio come la posa di mine, che implicava lo scavo di tunnel da riempire di esplosivi (fig. 6.2), mentre i difensori sventavano tali attacchi con elaborati sistemi di contromina. È assai sorprendente che ingegneri e uomini di scienza ipotizzarono una corrispondenza stretta tra le detonazioni che avvenivano nel sottosuolo e le alchimie sotterranee che sconvolgevano il mondo naturale. E se gli assalitori concepivano le loro mine esplosive come terremoti simulati, i difensori aggiornavano le loro contromine alle innovazioni dell’architettura antisismica.

Figura 6.2
Figura 6.2

Francesco di Giorgio Martini, Illustrazione di una mina esplosiva, Opusculum de architectura, c. 1474–1482, penna e inchiostro su pergamena, 274 × 229 mm, British Museum, Londra, particolare

Foto: British Museum

In altre parole, l’ingegneria militare veniva interpretata come un atto di mimesi che, pur condividendo la pretesa delle arti figurative di imitare la natura, ne trascendeva l’iconografia o la rappresentazione formale. Il presente saggio cerca di recuperare questa dimensione, eminentemente culturale, delle tecnologie di assedio e di fortificazione nella prima età moderna, troppo spesso accantonate come tecniche utilitaristiche, prive di interesse storico-artistico. A tale scopo, si ripropone di triangolare fra loro una serie di campi spesso studiati in modo isolato e di mostrare la sorprendente coerenza epistemica tra diverse modalità di esplorazione e impiego architettonico del sottosuolo, tra cui la scienza dei terremoti, gli scavi archeologici e la progettazione dei bagni e dei giardini, oltre all’architettura militare. Sia che si interessassero alla creazione di terremoti o di grotte artificiali, che servissero per deliziare o per distruggere, tali prodezze tecniche erano animate dal desiderio crescente tra gli artisti, gli architetti e gli ingegneri del tempo di imitare o eguagliare le più prodigiose meraviglie della natura. E come si vedrà, questa dialettica tra natura e cultura s’incrociava con la sempre maggiore ambizione di emulare i prodigi realizzati dall’uomo, come quelli rappresentati dai colossali monumenti dell’antichità romana.

1

Prima di esaminare i legami tra ingegneria militare e scienza sismica nel Rinascimento, vale la pena ripassarne i fondamenti comuni nella filosofia naturale, a partire dal ‘locus classicus’ della Meteorologica di Aristotele: un’analisi ad ampio raggio non solo dei modelli climatici, ma anche di caratteristiche geografiche e geologiche, corsi d’acqua e terremoti.5 Nonostante la loro grande diversità, secondo Aristotele, ognuno di questi fenomeni è conseguenza di due tipi di etere provenienti dall’interno della Terra: vapori acquei da una parte e, dall’altra, un etere enigmatico chiamato pneuma, distinto in esalazioni secche e infiammabili. Mentre si muovono verticalmente, in su e in giù, nello spazio e vengono di conseguenza riscaldati, raffreddati e mischiati, questi eteri si trasformano negli innumerevoli fenomeni fisici osservabili nel mondo naturale. Le esalazioni infiammabili, per esempio, diventano vento nell’atmosfera; quando collidono con l’aria più fredda, si verificano uragani, tuoni e lampi; nei reami sublunari superiori, invece, si trasformano in meteore e stelle cadenti.

In maniera pressoché speculare, eventi meteorologici di tal genere si verificavano anche nel sottosuolo. Per Aristotele, i terremoti non sono altro che un prodotto di questo fluire dinamico degli elementi. In breve, derivano da bufere sotterranee: tempeste catalizzate dalle esalazioni infiammabili secche (pneuma) emergenti dalle profondità della Terra, rarefatte e messe in moto tumultuoso dal calore del sole o dal calore interno del sottosuolo.6 Trovato uno sbocco, il pneuma fuoriesce dal suolo per tramutarsi in correnti d’aria. Quando intrappolato in strette cavità sotterranee, tuttavia, o se ricacciato nel terreno dalle onde del mare, esso accumula pressione, per poi eruttare con forza terrificante.

Le teorie sismologiche di Aristotele ebbero la meglio su quelle degli altri filosofi antichi e rimasero il punto di riferimento imprescindibile fino all’età moderna. Dunque, toccò ai suoi seguaci perfezionare tali teorie e risolverne alcuni quesiti irrisolti, come la composizione chimica del pneuma.7 Nell’approfondire tali linee di pensiero, i trattati mineralogici e metallurgici di filosofi medievali come Avicenna e Alberto Magno proposero teorie stravaganti, come l’idea che i fossili fossero esemplari vegetali e animali pietrificati dai vapori usciti dalla terra durante le turbolenze sismiche.8

In tutto ciò, i filosofi naturali coltivarono un costante interesse per la morfologia del paesaggio sotterraneo. Aristotele credeva che alcune caratteristiche geografiche potessero intensificare le perturbazioni terrestri. Un po’ come ‘acqua che non può traboccare da un vaso’, le forti correnti di aria calda si depositano nei cunicoli angusti e nei terreni spugnosi e ricchi di caverne.9 Il discepolo di Aristotele Teofrasto sosteneva, inoltre, che i vapori all’interno di tali recessi potessero passare allo stato solido, trasformandosi in filoni o in ampi depositi metalliferi e minerari. Nel XVI secolo il metallurgista Georg Agricola, all’interno dei suoi innovativi trattati, propose un’intera tassonomia dell’architettura del sottosuolo (fig. 6.3):10 canali che scorrevano in sentieri dritti, obliqui o curvi, intersecandosi, congiungendosi o divergendo per produrre intricati sistemi reticolari nel ventre della Terra. Gli eteri primordiali, in questi spazi, che fossero fomentati a divenire tempeste o induriti fino a generare materiali preziosi, rappresentavano solo variazioni sui processi che si verificavano negli abissi terrestri.11

Fortunatamente, gli antichi non solo specularono sull’origine dei terremoti, ma tramandarono anche consigli pratici su come contrastarli. Basandosi sui principi aristotelici, Plinio il Vecchio dedusse che le aperture presenti in natura, come le grotte, ma anche gli scavi artificiali quali pozzi, fognature e cisterne, potessero ridurre l’impatto dei terremoti, poiché ‘espirano l’aria che è raccolta entro la terra’.12 È sulla base di tale principio che il dilettante di architettura militare Francesco De Marchi (1504–1576), uno stretto collaboratore degli architetti della cerchia di Antonio da Sangallo il Giovane (1484–1546), riconobbe l’eccezionale stabilità sismica di Siena, attribuendo tale aspetto al notevole sistema di acquedotti tardo-medievali, o bottini, che permeavano le fondamenta calcaree della città.13

Per buona parte della prima età moderna, le teorie antisismiche di Plinio ispirarono anche prescrizioni concrete per stabilizzare edifici specifici.14 Per proteggere le porte di una città dai terremoti, l’architetto Filarete (c. 1400–1469) raccomandò di scavare pozzi sotto alle torri difensive.15 Le lunghissime condutture verticali in pietra che si affiancano alla loggia dei Torricini nel palazzo Ducale di Urbino, le quali ‘dall’alto al basso della facciata se ne penetrano infino alla più bassa parte del fondamento’, vennero analogamente interpretate dal matematico Bernardino Baldi (1553–1617) come strumenti contro ‘il pericolo de’ terremoti’.16 In base alla stessa logica, alcuni attribuirono un ruolo antisismico alle numerose gallerie, camere e cisterne scavate nelle fondamenta rocciose di Castel Sant’Elmo a Napoli, una cittadella costruita nel 1537 in cima a un colle per sostituire una precedente fortezza, distrutta dal terremoto del 1456.17 Come vedremo tra poco, non per caso erano gli ingegneri militari a nutrire un particolare interesse per il tema dell’architettura antisismica.

Figura 6.3
Figura 6.3

Georg Agricola, Diversi tipi di vene metallifere, De re metallica libri XII, 1556, xilografia su carta, 34 cm di altezza, Getty Research Institute, Los Angeles

Foto: Getty Research Institute

Se le grandi infrastrutture idrauliche potevano funzionare come valvole di sfogo antisismiche, per Plinio era logico pensare che i tubi di scarico facessero altrettanto alla scala ridotta dei singoli edifici.18 Questo paradigma pliniano fu rielaborato in un prototipo architettonico antisismico ingegnoso e di larga influenza, proposto dall’umanista e architetto Leon Battista Alberti (1404–1472):

Negli edifici di grande mole, in cui i muri dovranno essere di maggiore spessore, si devono lasciare all’interno della muratura, dalle fondamenta fino alla cima, degli spiragli aperti (aperta extuaria spiramentaque), non molto lontani tra loro. Da queste aperture potranno sgorgare senza difficoltà e senza mettere a repentaglio la struttura dell’opera i vapori eventualmente formatisi sotto terra e ivi postisi in movimento.19

Pur radicati nella teoria aristotelica, questi modelli riflettevano anche l’interesse dell’epoca per la progettazione di impianti infrastrutturali imponenti. Gli architetti del Rinascimento decantavano la loro abilità nel dirigere il flusso degli elementi, inserendo intricate reti di condotti di ventilazione, canne fumarie e canali di drenaggio attraverso le fondamenta e le pareti degli edifici (fig. 6.4).20 I condotti antisismici di Alberti, originariamente concepiti per espellere gli eteri sismici pericolosi, sembrano aver ispirato addirittura il sistema di ventilazione progettato da Filarete per far fuoriuscire i gas nocivi emessi dai rifiuti delle latrine negli ospedali.21 Inoltre, tali progetti erano correlati all’interesse mostrato da un altro autore del Rinascimento, Agricola, per le ingegnose architetture realizzate dalla natura negli antri nascosti del paesaggio, al fine di ospitare i propri misteriosi processi minerari e metallurgici.

Figura 6.4
Figura 6.4

Cesare Cesariano, Condutture di scarico, Di Lucio Vitruvio Pollione de architectura libri dece, 1521, xilografia su carta, 43 cm di altezza, Getty Research Institute, Los Angeles

Foto: Getty Research Institute

2

La scienza sismica, dunque, ebbe un evidente importanza per l’ingegneria civile – ma come si relazionava alla guerra? Paradossalmente, il denominatore comune tra la sismologia classica e le tecniche di battaglia rinascimentali era un’invenzione sconosciuta agli antichi: la polvere da sparo. Gli esperti di pirotecnica individuarono significativi parallelismi tra le loro miscele incendiarie e il pneuma di Aristotele, l’etere primordiale responsabile dei terremoti.22 Descrissero, perciò, la combustione della polvere da sparo in termini aristotelici, come uno scoppio di energia e di pressione che realizzava il potenziale impetuoso della miscela, stimolandone il denso composto a trasformarsi in esalazioni infuocate, ardenti e secche.23 Similmente, gli eruditi del Rinascimento reinterpretarono alla luce della chimica militare anche la meteorologia aristotelica. Essi ipotizzarono che i composti volatili generanti i terremoti corrispondessero ai componenti della polvere da sparo (zolfo, carbonio e salnitro) e che scorressero attraverso gli oscuri recessi della Terra, agitando la superficie terrestre e facendo ribollire le acque delle sorgenti termali, oppure salendo verso il cielo, in modo da produrre turbolenze celesti.24

Dato questo parallelo tra la polvere da sparo e le esalazioni secche e fumose di Aristotele, sembrò ragionevole che anche le detonazioni sotterranee potessero imitare o eguagliare i terremoti. L’idea trovò una sua sorprendente conferma nella tattica di assedio furtivo nota come ‘posa di mine’, che implicava lo scavo di tunnel e il posizionamento di cariche esplosive sotto le fortificazioni degli assediati. Alcuni ingegneri spiegarono che le bombe e le mine ‘imitano in tutto e per tutto e’ terremoti’,25 mentre altri ritenevano, addirittura, che superassero il potere degli eventi sismici veri propri.26

In modo del tutto sorprendente, questi parallelismi si estesero sino ai dettagli operativi delle mine esplosive. Gli ingegneri del XVI secolo escogitarono elaborati schemi di posizionamento, che consistevano in tunnel stretti, dalle molte svolte, e in reti ramificate di camere tamponate, con lo scopo di concentrare la forza delle esplosioni e di ridurre le vampate di ritorno dei fumi (fig. 6.5). A tal fine, Biringuccio consigliò che le mine fossero realizzate ‘più che si può lieve, strette, et tortuose’.27 A loro volta, i naturalisti misero queste ingegnose configurazioni in parallelo con i terreni porosi delle regioni sismicamente più instabili. Per spiegare la durata, spesso prolungata, delle scosse primarie e di assestamento, il medico e teologo ferrarese Giacomo Antonio Buoni (1527–1587) riprese, appunto, le prescrizioni di Biringuccio per le progettazioni delle mine: dato che ‘i cuniculi della terra, o luoghi simili alle mine artificiali a tempo di guerra’ sono ‘sinuosi, et distorti ad uso di labirinto’, erano necessarie molte ore prima che i vapori infuocati potessero fluire del tutto attraverso questi spazi.28

Figura 6.5
Figura 6.5

Luys Collado, Diverse configurazioni di mine esplosive, Prattica manuale dell’arteglieria, 1606, xilografia su carta, 27 cm di altezza, ETH-Bibliothek, Zurigo

Foto: ETH-Bibliothek

Per un metallurgista come Agricola, i recessi della natura ricordavano invece un’ulteriore categoria di oggetti artificiali. Nel descriverli come ‘vasi e recipienti adatti proprio per la materia (uasis propriis, et materiae receptaculis)’ generatasi in tali ambienti, tracciò un esplicito collegamento con le ampolle e i crogioli che contenevano e veicolavano i processi alchemici.29 La classificazione morfologica di questi spazi fatta da Agricola, come detto in precedenza, rifletteva la prassi degli alchimisti di distinguere tra tipologie di recipienti – alcuni dalla forma a campana, altri simili a fiaschi, molti con applicati un collo, un erogatore o un beccuccio – in base alla loro funzione durante l’analisi, fusione e lega metallurgica, oppure per la distillazione, rarefazione e condensazione chimica (fig. 6.6). Dunque, per quanto ambissero a imitare i fenomeni della natura, a loro volta gli osservatori rinascimentali riconoscevano in essa forme simili a quelle fabbricate artificialmente dall’uomo.

Figura 6.6
Figura 6.6

Andreas Libavius, Tipologie di alambicchi, Commentariorum alchymiae, [1606], xilografia su carta, Bayerische Staatsbibliothek, Monaco di Baviera

Foto: Bayerische Staatsbibliothek

Peraltro, questa retorica non si limitò al paragone coi terremoti. Nelle varie applicazioni della pirotecnica, gli ingegneri del Rinascimento aspiravano a ricostruire i diversi strati meteorologici del cosmo di Aristotele, dalle sue profondità sotterranee alle sommità sublunari. Nella bassa atmosfera, si pensava che il clamore dell’artiglieria potesse eguagliare quello di tuoni e lampi, mentre nelle sommità più alte, i fuochi d’artificio riproducevano le meraviglie celesti incandescenti, quali fulmini, meteore e perfino stelle e comete.30 Insomma, il teatro di guerra moderna offriva un laboratorio per testare, duplicare ed elaborare i principi della meteorologia classica. E in un’ottica ancora più ampia, l’ingegneria militare condivideva l’ambizione, propria di quel momento della cultura europea, a emulare, riprodurre o addirittura superare la natura nelle sue forme più prodigiose – ambizione che si materializzò persino nella progettazione di ‘macchine’ per creare nuvole, vento, arcobaleni e tempeste, impiegate in giardini e scenografie,31 nonché nella costruzione di montagne e grotte artificiali nelle ville principesche.32

Anche nella tecnica di difesa si svilupparono tattiche che, curiosamente, ricordavano quelle di contenimento dei terremoti. L’interpretazione pliniana di pozzi e cisterne come strumenti antisismici, concettualmente, si integrava con la pratica difensiva della contromina: la tattica di scavare tunnel e condotti di aerazione per intercettare le mine nemiche e dissiparne, così, la forza esplosiva.

Le pratiche rinascimentali nell’uso delle contromine ricorrevano a una serie di accorgimenti in comune con l’ingegneria idraulica. Nel 1512, i bolognesi sfruttarono al meglio la loro formidabile tradizione di ingegneria idraulica e neutralizzarono con successo un’esplosione sotterranea, preparata dalle forze papali, scavando nelle mine nemiche con delle trivelle, cioè con strumenti di grande dimensione tipicamente utilizzati per la realizzazione dei pozzi.33 Analogamente, nel 1553, gli ingegneri senesi sventarono con efficacia un’operazione di posa di mine da parte delle truppe imperiali rivedendo i loro metodi tradizionali di scavo dei bottini.34 Secondo un osservatore contemporaneo, nonostante il ‘grandissimo terremoto cagionato dalla mina’, le fortificazioni senesi sopravvissero pressoché intatte.35

Anche se possiamo solo fare congetture riguardo all’impatto della teoria pliniana su queste operazioni di guerra, ci sono prove evidenti che i contemporanei abbiano applicato principi antisismici di origine classica nell’edificazione di alcune delle fortificazioni più celebri dell’epoca. Un caso particolarmente significativo è il Bastione Ardeatino a Roma: un’opera difensiva con una struttura interna labirintica, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane per Papa Paolo III (1468–1549) e costruita tra il 1537 e il 1542, per proteggere un tratto meridionale delle Mura aureliane ritenuto vulnerabile agli attacchi dei corsari barbareschi e ottomani.36 All’interno della sua muratura solida e robusta, il bastione vantava un sistema di contromina all’avanguardia (fig. 6.7). Passaggi a volta concatenati, su molteplici livelli, vennero fatti comunicare con condotti di ventilazione, camere, scale e uscite segrete che fornissero sistemi di aerazione con capacità sufficiente a disperdere la pressione delle esplosioni delle mine.

Figura 6.7
Figura 6.7

Antonio da Sangallo il Giovane, Sistema di ventilazione nelle contromine, Bastione Ardeatino, c. 1537, Roma

Disegno: Morgan Ng

Quest’architettura ha un debito evidente nei confronti di una lunga tradizione di ingegneria antisismica e ambientale. Dalla dettagliata descrizione di Francesco De Marchi, sappiamo che il livello più basso del Bastione Ardeatino consisteva in una catena di camere ottagonali contenenti ‘pozzi con acqua buona’.37 Alla maniera di Plinio, esse svolgevano una duplice funzione, di fornitura di risorse idriche e di prevenzione sismica, oltre a quella di allagare i tunnel dei minatori nemici, quando necessario.38 Il bastione ricorda anche il sistema pneumatico, analogo, dell’ospedale di Filarete, anch’esso perforato da condotti che collegavano strati diversi di infrastrutture e circolazione. Inoltre, il progetto sangallesco riecheggia le prescrizioni di Alberti per la realizzazione di sistemi murari antisismici, circolanti tra gli architetti impegnati nella progettazione strutturale di Palazzo Farnese a Roma, residenza dinastica di Papa Paolo III.39

Tali esperimenti architettonici facevano parte di una cultura influenzata dalla filosofia naturale, dedita allo studio dei processi di combustione e alla loro applicazione alchemica, metallurgica e in altre tecniche basate sull’impiego del fuoco, definite all’epoca arti pirotecniche. In tale contesto, De Marchi ideò il suo sistema di contromina, ispirato al Bastione Ardeatino, ma ancora più sorprendente per complessità spaziale.40 De Marchi decantava le capacità di ventilazione inedite della sua invenzione: un sistema su tre livelli disposto a imbuto, con camere a forma di bulbo che divenivano più ampie man mano che si saliva (fig. 6.8). Il trattato istruiva i lettori su come testare il suo progetto tramite una semplice simulazione pirotecnica:

… et che sia la verità ponete della polvere in un vaso largo da basso, che habbia un bucho piccolo disopra, datele fuoco vedrete movere detto vaso, overo se non si moverà abbruciarà il piano da basso, et abbruciarà il vasa [sic] se sarà di materia che si possa abbruciare, et se porrette altre tanta polvere nel detto vaso, o un simile voltando con la larghezza della bocha all’insu e dargli fuoco non si moverà il vaso, e non si abbruciarà così d’intorno, come farà quello che haverà l’appertura piccola disopra.41

Figura 6.8
Figura 6.8

Francesco De Marchi, Camere di contromina di dimensione crescente, Architettura militare, c. 1550, penna e inchiostro con acquarello su carta, 43 cm di larghezza, Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection, New Haven, particolare

Foto: Yale Center for British Art

Con le sue camere di volume crescente, la configurazione delle contromine di De Marchi visualizzava di fatto il diagramma delle proprietà dinamiche delle esalazioni infuocate, che per natura si espandono quando salgono verso l’alto. In una forma spaziale schematica, l’architettura cristallizzava un fenomeno descritto da Aristotele e dai suoi seguaci, che poteva ormai essere verificato per via empirica.

Più che le robuste difese da campo di battaglia, il modello in scala ridotta, di strutture difensive congegnate come contenitori riscaldati richiama alla mente la fragile attrezzatura di un laboratorio di alchimista. Come se volessero evocare i ‘vasi e recipienti’ dove si generano metalli e minerali che Agricola aveva individuato nelle profondità della Terra, le sue illustrazioni danno l’impressione di un’architettura concepita come un assemblaggio di alambicchi, in cui i fumi delle esplosioni sono ventilati attraverso camere e condotti interconnessi, all’interno di baluardi in mattoni e terra, proprio come gli ‘umori’ rarefatti sono incanalati attraverso i tubi e le boccette di una distilleria.

3

Simili convergenze tra natura e artificio, e tra tecnologie antiche e moderne, si manifestarono durante il Rinascimento in un’altra area di indagini sotterranee: l’archeologia. Da tempo i naturalisti avevano riconosciuto un’insolita abbondanza di sorgenti nelle zone soggette a terremoti, come i Campi Flegrei, la regione nei dintorni di Napoli che per la sua intensa attività idrotermale era divenuta, fin dall’antichità, un sito privilegiato per la fondazione di impianti termali. Gli esploratori della prima età moderna osservarono come gli stessi gas solforico-bituminosi che scuotevano la terra ed eruttavano lava fusa producevano anche acque benefiche. Allora, l’interesse dei naturalisti per le acque termali si incrociò con gli interessi crescenti degli antiquari. Umanisti intrepidi rimasero a fissare le fumarole e le pozze gorgoglianti di vulcani dormienti, prima di discendere nei resti cavernosi delle antiche cisterne, dei tunnel e dei complessi termali romani.42 Agricola fornì persino delle illustrazioni degli antichi bagni e delle stufe a Tritoli come parte di una più vasta esposizione sui terremoti e altri fenomeni sotterranei (fig. 6.9).43

Figura 6.9
Figura 6.9

Georg Agricola, Il complesso termale a Tritoli, De ortu et causis subterraneorum, 1558 (1ª ed. 1546), The Wellcome Library, Londra

Foto: The Wellcome Library

Nel corso del tardo Medioevo e del Rinascimento, questo fervore antiquario e naturalistico prese così la forma di architetture balneari. Ricchi mecenati si sforzarono insieme ai loro architetti di ricreare artificialmente i fenomeni idrotermali, per mezzo di camere e bacini alimentati da elaborate tubature e calderoni d’acqua portata a bollore con fornaci a legna. Ispirati dalle rovine dei bagni antichi più famosi, nonché dalle descrizioni di Vitruvio delle thermae romane classiche, alcuni progettarono squisite stanze per saune, come quelle presso il Palazzo Ducale di Urbino, la Rocca di Ostia e Castel Sant’Angelo a Roma.44 Ancora una volta, tali tecnologie ‘pirotecniche’ recuperavano la conoscenza che si aveva all’epoca della geografia sotterranea. I naturalisti che immaginavano le vene metallifere e minerarie e i depositi sotterranei come alambicchi giganti paragonavano anche le ardenti viscere della Terra a tubi di bronzo, che conducevano l’acqua e l’aria calda nei complessi termali.45

Questi sviluppi tecnico-antiquari ebbero curiose implicazioni nell’ambito dell’ingegneria militare. Gli studiosi hanno notato la ricorrenza di motivi termali in costruzioni militari come il Bastione di San Martino, completato intorno al 1512 presso la Cittadella Nuova a Pisa (fig. 6.10).46 Al suo interno, Giuliano da Sangallo modellò delle sale a cassettoni con volte a botte, oltre a stanze ottagonali a cupola adornate con nicchie e modanature in pietra che rievocavano le eleganti strutture termali romane da lui studiate nell’Italia centrale e meridionale.47 Il nipote di Giuliano, Antonio il Giovane, incrementò l’utilizzo di tali tipologie, inserendole nella catena di camere ottagonali di contromina sotto al Bastione Ardeatino. Tali motivi classicheggianti hanno spesso confuso gli studiosi, che li hanno perlopiù ritenuti accessori superflui e costosi, fuori luogo in queste opere utilitaristiche.48

Figura 6.10
Figura 6.10

Giuliano da Sangallo, Sala ottagonale nel Bastione di San Martino, c. 1512, Cittadella Nuova, Pisa

Foto: Mario Ciampi

Sebbene tali critiche non siano del tutto ingiustificate, la ricontestualizzazione di forme termali nell’architettura militare era qualcosa di più che una mera scelta estetica. Rispecchiava anche i tratti funzionali in comune tra bagni e fortificazioni, in quanto opere comparabili di ingegneria ambientale. In entrambe le tipologie, la questione del controllo termico era di primaria importanza. Come gli architetti rinascimentali appresero da Vitruvio, gli oculi che foravano i soffitti a cupola di molte camere termali antiche servivano a regolare la luce e la temperatura, aprendosi e chiudendosi per permettere al calore, rispettivamente, di uscire o di distribuirsi attorno alla curvatura interna della cupola (fig. 6.11).49 Tali ricerche si incrociavano con quelle sul più famoso monumento cupolato dell’antichità. Gli eruditi dell’epoca, come raccontò De Marchi, lodarono la volta del Pantheon per la sua presunta resistenza contro i terremoti.50 Lo stesso architetto sembra aver poi riportato il profilo superiore della Rotonda nelle forme, perfettamente emisferiche, delle sue camere di contromina (fig. 6.8).

Figura 6.11
Figura 6.11

Giovanni Battista da Sangallo, Ricostruzione ipotetica dell’impianto di una stanza termale antica, metà del XVI secolo, MS Corsini 50.F.1, Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiana, Roma

Foto: Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiana

Come nelle terme romane, le aperture nelle contromine, gallerie di artiglieria e casematte rispondevano a problemi di controllo del calore ambientale. Durante la guerra, i difensori che si trovavano all’interno di questi spazi fortificati dovevano sopportare i fumi accecanti e soffocanti emessi non solo dalle esplosioni nemiche, ma anche dai loro stessi cannoni.51 Per evacuare questi gas caldi, gli architetti sperimentarono oculi e condotti in grado di ventilare queste strutture, senza compromettere eccessivamente la solidità delle robuste mura. A tal scopo, era naturale che trovassero ispirazione in bagni e fornaci: strutture in muratura dal volume sufficiente a immagazzinare e isolare il calore, ma che potevano anche espellere tale calore dalle loro aperture, quando necessario. Perciò, sebbene non fosse strettamente essenziale, l’utilizzo di motivi termali nelle fortificazioni di Sangallo conferì una leggibilità iconografica ai principi di ingegneria che accomunavano le moderne strutture militari con le loro controparti nell’architettura civile antica.

A scala più ridotta, il confluire di questi trasferimenti tecnici dall’architettura militare si osserva anche nel contesto domestico. Nel 1543, per esempio, un certo maestro Chimente, che era bombardiere di Castel Sant’Angelo, fu incaricato di realizzare dei tubi in bronzo (canne) per l’impianto idraulico del bagno di Paolo III a Palazzo San Marco, la residenza estiva del pontefice a Roma.52 Conoscenze tecniche comuni devono aver guidato la realizzazione e l’utilizzo sia di un tubo idraulico in metallo, sia di una canna da artiglieria: entrambi oggetti cilindrici, che dovevano incanalare elementi caldi senza esplodere.53

Questa trattazione si è largamente concentrata su esempi, molteplici, della relazione complementare tra la filosofia naturale e l’innovazione militare. Eppure, paradossalmente, le nuove tecniche di guerra influenzarono non solo la comprensione dei fenomeni naturali e la progettazione delle fortificazioni moderne ma anche la direzione concettuale della ricerca antiquaria. Basti considerare un notevole esempio di travisamento archeologico come quello commesso da qualificatissimi conoscitori di antichità durante lo spoglio delle Terme di Caracalla (Antonino) negli anni Quaranta del Cinquecento.54 Francesco De Marchi raccontò il dibattito sorto intorno a un’enigmatica infilata di spiragli, scoperta nei muri smantellati dai membri delle due accademie antiquarie di Roma:

Ancora gli antichi usarno nelle loro fabriche fare spiragli dico far le scale a lumaca che andassero a l’ultimo delli fondamenti non so se lo usarono per commodità, o per dare esalatione alli vapori, che regnano sotto terra; per tanto sempre che si farà grossi fondamenti, e mura lasciasevi esalatione, e di questo io n’ho veduto in una muraglia in Roma in li termini di Antonino; facendo disfare un’alta, e grossa muraglia per fare un giardino che faceva l’altezza di Madama Margherita d’Austria figliuola della Maestà del’Imperatore Carlo Quinto; li quali esalatori erano venti palmi romani appresso l’un all’altro; et erano posti nel mezzo della muraglia grossa diciotto palmi erano de canoni di pietra cotta, e andavano persino al piano delli fondamenti; senza havere né condutto, né fosso sotto. Io feci gra’ domanda ad alcuni valent’huomini della Compagnia delli Virtuosi che così era veramente; altramente adomandata la compagnia di S. Iseppo di Terra Santa nel tempio della ritonda, detto il Panteon; sempre fu concluso che detti vacoui fossero per esalatione delli vapori sotterranei.55

Ciò in cui i ‘valent’huomini’ si imbatterono era, presumibilmente, il frammento di un ipocausto: cioè, di un antico impianto per far circolare l’aria, a sua volta riscaldata da fuochi posti sotto un pavimento rialzato, tramite condotti in terracotta incorporati nelle pareti (fig. 6.12). Senza comprendere appieno questa tecnologia, caratteristica dei complessi termali, essi ne dedussero una funzione di sistema antisismico di ventilazione, a partire dalla somiglianza con i dispositivi analoghi inventati da Alberti, nonché con le contromine ideate per espellere fumi esplosivi.56 Il Bastione Ardeatino, completato in quel periodo proprio in prossimità delle terme, offriva un visibile confronto, di dimensioni e complessità equiparabili.57

Figura 6.12
Figura 6.12

Resti di un ipocausto delle terme di Histria, Scizia Minore

Foto: Cristian Chirita

Considerati l’uno alla luce dell’altro, questi due esempi producono un effetto di parallasse temporale: l’ipocausto appare come l’antico prototipo di una moderna tecnologia militare, mentre le contromine sembrano modernizzare l’infrastruttura termale in un modo sconosciuto agli antichi. Questi esempi illustri del passato e del presente emergono, quindi, come punti di riferimento che si consolidano a vicenda, ciascuno rafforzando la canonicità dell’altro. Attraverso tali processi dialettici, di appropriazione e di sviluppo tecnico e scientifico, gli architetti non solo cercavano di competere con la grandezza dell’antichità classica, ma inconsapevolmente riproducevano quel passato – e perfino la natura stessa – a loro propria immagine. Le anacronistiche associazioni filosofiche, naturali e classiche, che influenzarono lo sviluppo delle fortificazioni rinascimentali rivelano l’aspirazione dei loro costruttori di creare non solo strutture funzionali, ma anche monumenti con un loro portato culturale, di per sé degni di essere ammirati e imitati.

Riconoscimenti

Ringrazio vivamente Guy Hedreen e Michael Kwakkelstein per l’invito a pubblicare in una forma rielaborata il contributo presentato nel 2018 all’Istituto Universitario Olandese di Storia dell’Arte. A Francesco Benelli, Alessandro Brodini, Antonella Chiodo, Dario Donetti, Francesco Paolo Fiore, Daniela Lamberini, Andrea Peripoli e Martina Pompeo sono debitore per i preziosi suggerimenti e per l’indispensabile assistenza linguistica. Una versione in inglese di questo saggio, diversamente formulata e sviluppata, è in corso di stampa: M. Ng, ‘Gunpowder Grottoes: Seismology and the Subterranean Landscape in Renaissance Italy’, in: A. Tchikine (a cura di), The Three Natures: Gardens and Landscapes of the Italian Renaissance, Philadelphia.

Bibliografia

  • Agricola, G., De la generatione de le cose, che sotto la terra sono, e de le cause de’ loro effetti e nature, Venezia 1550.

  • Agricola, G., De ortu et causis subterraneorum, Basel 1546.

  • Agricola, G., De re metallica libri XII, Basel 1556.

  • Agricola, G., L’architettura, trans. G. Orlandi, Milano 1966.

  • Alghisi, G., Delle fortificationi, Venezia 1570.

  • Anonymous, ‘Giornale dell’assedio di Montalcino fatto dagli spagnuoli nel 1553 di autore anonimo’, Archivio Storico Italiano 8 (1850), appendix, 372.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Arist., Mete., trans. L. Pepe, Milano 2003.

  • Averlino detto il Filarete, A., Trattato di architettura, eds. A. M. Finoli e L. Grassi, Milano 1972.

  • Baier, C. e U. Reinisch, ‘Schußlinie, Sehstrahl und Augenlust: Zur Herrschaftskultur des Blickens in den Festungen und Gärten des 16. Bis 18. Jahrhunderts’, in: H. Bredekamp e P. Schneider (eds.), Visuelle Argumentationen. Die Mysterien der Repräsentation und die Berechenbarkeit der Welt, München 2006, 3559.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Baldasso, R., ‘Function and Epidemiology in Filarete’s Ospedale Maggiore’, in: B. S. Bowers (ed.), The Medieval Hospital and Medical Practice, Aldershot 2007, 107120.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Baldi, B., Versi e prose, Venezia 1590.

  • Balestracci, D., D. Lamberini, e M. Civai, I Bottini medievali di Siena, Siena 1993.

  • Barkan, L., Unearthing the Past: Archaeology and Aesthetics in the Making of Renaissance Culture, New Haven 1999.

  • Barry, F., ‘“Painting in Stone”: Early Modern Experiments in a Metamedium’, Art Bulletin 99 (2017), no. 3, 3061.

  • Biringuccio, V., De la pirotechnia libri X, Venezia 1540.

  • Brunon, H. e M. Mosser, L’imaginaire des grottes dans les jardins européens, Parigi 2014.

  • Buoni, G. A., Del terremoto dialogo, Modena 1571.

  • Cardano, G., De subtilitate, Nürnberg 1550.

  • Christian, K. W., Empire without End: Antiquities Collections in Renaissance Rome, c. 1350–1527, New Haven 2010.

  • Contardi, B. e H. Lilius, Quando gli dei si spogliano. Il bagno di Clemente VII a Castel Sant’Angelo e le altre stufe romane del primo cinquecento, Roma 1984.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Da Porto, Luigi, lettera ad Antonio da Collalto (6 febbraio 1512), in: L. Da Porto, Lettere storiche di Luigi Da Porto, vicentino, dall’anno 1509 al 1528, ed. B. Bressan, Firenze 1857, 249254.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Da Toledo, P. G., Ragionamento del terremoto, del nuovo monte, del aprimento di terra in Pozuolo nel anno 1538, e de la significatione d’essi, Napoli 1539.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • De Divitiis, B., ‘Giuliano Da Sangallo in the Kingdom of Naples: Architecture and Cultural Exchange’, JSAH 74 (2015), no. 2, 152178.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • De Divitiis, B., ‘Memories from the Subsoil: Discovering Antiquities in Fifteenth-Century Naples and Campania’, in: J. Hughes e C. Buongiovanni (eds.), Remembering Parthenope: The Reception of Classical Naples from Antiquity to the Present, Oxford 2015, 189216.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • De Marchi, F., Della architettura militare, Brescia 1599.

  • Di Giorgio Martini, F., Trattati di architettura ingegneria e arte militare, 2 vols., eds. C. Maltese e L. M. Degrassi, Milano 1967.

  • Edwards, N. E., ‘The Renaissance Stufetta in Rome: The Circle of Raphael and the Recreation of the Antique’, tesi di dottorato, University of Minnesota, 1983.

  • Eichberg, M. e F. Eleuteri, ‘Il bastione ardeatino’, Palladio 24 (1999), 522.

  • Eichholz, D. E., ‘Aristotle’s Theory of the Formation of Metals and Minerals’, The Classical Quarterly 43 (1949), nos. 3–4, 141146.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Fane-Saunders, P., Pliny the Elder and the Emergence of Renaissance Architecture, New York 2016.

  • Farhat, G., ‘L’anamorphose du territoire. Les fonctions paysagères de la perspective topographique dans l’économie seigneuriale en France, autour de l’œuvre d’André Le Nôtre (1613–1700)’, tesi di dottorato, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, 2008.

  • Fiore, F. P., ‘Le mura di Roma al tempo del Sacco’, in: Architettura e arte militare. Mura e bastioni nella cultura del Rinascimento, Roma 2017, 157170.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Fiore, F. P., ‘Rilievo topografico e architettura a grande scala nei disegni di Antonio da Sangallo il Giovane per le fortificazioni di Roma al tempo di Papa Paolo III’, in: P. Carpeggiani e L. Patetta (eds.), Il disegno di architettura. Atti del convegno, Milano, 15–18 febbraio 1988, Milano 1989, 175180.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Frey, K., ‘Zur Baugeschichte des St. Peter: Mitteilungen aus der Reverendissima Fabbrica di S. Pietro (Fortsetzung)’, Jahrbuch der Königlich Preussischen Kunstsammlungen 33 (1913), Beiheft, 1153.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Grassi, L., Lo ‘Spedale di Poveri’ del Filarete. Storia e restauro, Milano 1972.

  • Guidoboni, E., ‘Earthquakes, Theories from Antiquity to 1600’, in: G. A. Good (ed.), Sciences of the Earth: An Encyclopedia of Events, People, and Phenomena, 2 vols., New York/London 1998, 205214.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Guidoboni, E., ‘Pozzi e gallerie come rimedi antisismici. La fortuna di un pregiudizio sulle città antiche’, in: E. Guidoboni (ed.), I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea, Bologna 1989, 127135.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Günther, H., ‘Insana aedificia thermarum nomine extructa”. Die Diokletiansthermen in der Sicht der Renaissance’, in: A. Beyer, V. M. Lampugnani, e G. Schweikhart (eds.), Hülle und Fülle. Festschrift für Tilmann Buddensieg, Alfter 1993, 251283.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Hall, B., Weapons and Warfare in Renaissance Europe: Gunpowder, Technology, and Tactics, Baltimore 1997.

  • Hine, H. M., ‘Seismology and Vulcanology in Antiquity?’, in: C. Tuplin e T. E. Rihll (eds.), Science and Mathematics in Ancient Greek Culture, Oxford 2002, 5675.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Huth, A., ‘Antike Rundgräber in der Vigna Cavalieri. Drei Zeichnungen des Sangallo-Kreises und die archäologischen Befunde am Bastione Ardeatino in Rom’, Pegasus: Berliner Beiträge zum Nachleben der Antike 16 (2014), 151166.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Lamberini, D., s.v. ‘Francesco De Marchi’, in: Dizionario biografico degli italiani 38, Roma 1990, 447454.

  • Lamberini, D., ‘Francesco De Marchi. Ritratto di un cortigiano del Cinquecento, virtuoso e dilettante di architettura militare’, Storia Architettura 10 (1987), 6988.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Lanciani, R., Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, 4 vols., Roma 1847–1929.

  • Letts, M., ‘Some Sixteenth-Century Travellers in Naples’, The English Historical Review 33 (1918), no. 130, 176196.

  • Maggi, G. e J. Castriotto, Della fortificatione delle città, Venezia 1564.

  • Marconi, P., ‘Contributo alla storia delle fortificazioni di Roma nel Cinquecento e nel Seicento’, Quaderni dell’istituto di storia dell’architettura 13 (1966), nos. 73–78, 109130.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Martin, C., Renaissance Meteorology: Pomponazzi to Descartes, Baltimore 2014.

  • Morel, P., Les grottes maniéristes en Italie au XVIe siècle: Théâtre et alchimie de la nature, Parigi 1998.

  • Mukerji, C., Territorial Ambitions and the Gardens of Versailles, Cambridge 1997.

  • Nuti, L., ‘Surveying, Interpreting, and Designing: The Multiple Essence of a Sixteenth-Century Drawing’, JSAH 75 (2016), no. 1, 524.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Oeser, E., ‘Historical Earthquake Theories from Aristotle to Kant’, in: R. Gutdeutsch, G. Grünthal, e R. Musson (eds.), Historical Earthquakes in Central Europe, Vienna 1992.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Pagliara, P. N., ‘“Destri” e cucine nell’abitazione del XV e XVI secolo, in specie a Roma’, in: A. S. Tosini (ed.), Aspetti dell’abitare in Italia tra XV e XVI secolo. Distribuzione, funzioni, impianti, Milano 2001, 3991.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Pannuzi, S. e N. Masturzo, ‘Il bagno papale del Castello di Ostia Antica’, in: S. Pannuzi e C. Belfiore (eds.), Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica, Florence 2009, 6178.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Paracelsus, Warhafftige Beschreibunge der Wundartzney, Basel 1586.

  • Pellecchia, L., ‘Reconstructing the Greek House: Giuliano Da Sangallo’s Villa for the Medici in Florence’, JSAH 52 (1993), no. 3, 323338.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Pellegrini, E., Le fortezze della Repubblica di Siena, Siena 1992.

  • Pepper, S., ‘Planning versus Fortification: Sangallo’s Project for the Defence of Rome’, Architectural Review 159 (1976), 162169.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Pepper, S. e N. Adams, Firearms & Fortifications: Military Architecture and Siege Warfare in Sixteenth-Century Siena, Chicago 1986.

  • Petrucci, F. B., Le fonti di Siena e i loro acquedotti. Notizie storiche dalle origini sino al MDLV, 2 vols., Siena 1906.

  • Plin., HN, trans. A. Barchiesi et al., 2 vols., Torino 1982.

  • Rebecchini, G., ‘Michelangelo e le mura di Roma’, in: M. Mussolin e C. Altavista (eds.), Michelangelo architetto a Roma, Milano 2009, 114117.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Rocchi, E., Le piante icnografiche e prospettiche di Roma del secolo XVI, 2 vols., Torino 1902.

  • Scaglia, G., ‘“Stanze-stufe” e “stanze-camini” nei “trattati” di Francesco di Giorgio da Siena’, Bollettino d’arte 39 (1986), 161184.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Scaglia, G., ‘A Vitruvianist’s “Thermae” Plan and the Vitruvianists in Roma and Siena’, Arte Lombarda 84/85 (1988), nos. 1–2, 85101.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Sen., QNat., 2 vols., trans. T. H. Corcoran, Cambridge 1971–1972.

  • Settis, S., ‘Continuità, distanza, conoscenza. Tre usi dell’antico’, in: S. Settis (ed.), Memoria dell’antico nell’arte italiana, 3 vols., Torino 1986.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Severini, G., Architetture militari di Giuliano da Sangallo, Pisa 1970.

  • Severini, G., Fortificazioni e controllo delle acque in Toscana fra ’500 e ’600: Il caso di Pisa, Pisa 1999.

  • Tchikine, A., ‘Giochi d’acqua: Water Effects in Renaissance and Baroque Italy’, Studies in the History of Gardens and Designed Landscapes 30 (2010), no. 1, 5776.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Tkaczyk, V., ‘Cumulus ex machina. Wolkeninszenierungen in Theater und Wissenschaft’, in: H. Schramm, L. Schwarte, e J. Lazardzig (eds.), Spektakuläre Experimente. Praktiken der Evidenzproduktion im 17. Jahrhundert, Berlin 2006, 4377.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Vitruvio e G. B. da Sangallo, Ten Books on Architecture: The Corsini Incunabulum with the Annotations and Autograph Drawings of Giovanni Battista da Sangallo, ed. I. D. Rowland, Roma 2003.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Werrett, S., Fireworks: Pyrotechnic Arts and Sciences in European History, Chicago 2010.

  • Werrett, S., ‘Wonders Never Cease: Descartes’s Météores and the Rainbow Fountain’, The British Journal for the History of Science 34 (2001), no. 2, 129147.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
  • Williams, G. D., ‘Greco-Roman Seismology and Seneca on Earthquakes in Natural Questions 6’, Journal of Roman Studies 96 (2006), 124146.

    • Search Google Scholar
    • Export Citation
1

Per questa tradizione naturalistica, si veda D. E. Eichholz, ‘Aristotle’s Theory of the Formation of Metals and Minerals’, The Classical Quarterly 43 (1949), nn. 3–4, 141–146.

2

F. Barry, ‘“Painting in Stone”: Early Modern Experiments in a Metamedium’, Art Bulletin 99 (2017), n. 3, 30–61.

3

P. Morel, Les grottes maniéristes en Italie au XVIe siècle: Théâtre et alchimie de la nature, Parigi 1998; H. Brunon e M. Mosser, L’imaginaire des grottes dans les jardins européens, Parigi 2014.

4

S. Settis, ‘Continuità, distanza, conoscenza. Tre usi dell’antico’, in: idem (a cura di), Memoria dell’antico nell’arte italiana, 3 voll., Torino 1986, 373–486; L. Barkan, Unearthing the Past: Archaeology and Aesthetics in the Making of Renaissance Culture, New Haven 1999; K. W. Christian, Empire without End: Antiquities Collections in Renaissance Rome, c. 1350–1527, New Haven 2010.

5

Utili introduzioni allo studio filosofico naturale sui terremoti comprendono: E. Oeser, ‘Historical Earthquake Theories from Aristotle to Kant’, in: R. Gutdeutsch, G. Grünthal, e R. Musson (a cura di), Historical Earthquakes in Central Europe, Vienna 1992, 11–31; E. Guidoboni, ‘Earthquakes, Theories from Antiquity to 1600’, in: G. A. Good (a cura di), Sciences of the Earth: An Encyclopedia of Events, People, and Phenomena, 2 voll., New York/London 1998, 205–214; H. M. Hine, ‘Seismology and Vulcanology in Antiquity?’, in: C. Tuplin e T. E. Rihll (a cura di), Science and Mathematics in Ancient Greek Culture, Oxford 2002, 56–75; G. D. Williams, ‘Greco-Roman Seismology and Seneca on Earthquakes in Natural Questions 6’, Journal of Roman Studies 96 (2006), 124–146.

6

Arist., Mete., trad. L. Pepe, Milano 2003, 365a14–369a10.

7

Hine, op. cit. (nota 6); C. Martin, Renaissance Meteorology: Pomponazzi to Descartes, Baltimore 2014, 80–105.

8

Avicenna, Avicennae de congelatione et con glutinatione lapidum, trad. C. J. Holmyard e D. C. Mandeville, Parigi 1927, 46–47; Albertus Magnus, Book of Minerals, trad. D. Wyckoff, Oxford 1967, 52.

9

Arist., op. cit. (nota 7), 366a25–366a33, 368a1–368a13.

10

G. Agricola, De ortu et causis subterraneorum, Basel 1546, 20–32; idem, De re metallica libri XII, Basel 1556, 29–54.

11

Arist., op. cit. (nota 7), 366b3–366b13.

12

Plin., HN, trad. A. Barchiesi, R. Centi, M. Corsaro, A. Marcone, e G. Ranucci, 2 voll., Torino 1982, 2.84.

13

Per la storia dei bottini, si veda F. B. Petrucci, Le fonti di Siena e i loro acquedotti. Notizie storiche dalle origini sino al MDLV, 2 voll., Siena 1906; D. Balestracci, D. Lamberini, e M. Civai, I Bottini medievali di Siena, Siena 1993. Su De Marchi, si veda D. Lamberini, ‘Francesco De Marchi. Ritratto di un cortigiano del Cinquecento, virtuoso e dilettante di architettura militare’, Storia Architettura 10 (1987), 69–88; eadem, s.v. ‘Francesco De Marchi’, in: Dizionario biografico degli italiani 38, Roma 1990, 447–454.

14

E. Guidoboni, ‘Pozzi e gallerie come rimedi antisismici. La fortuna di un pregiudizio sulle città antiche’, in: E. Guidoboni (a cura di), I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea, Bologna 1989, 127–135. Per il più ampio impatto di Plinio sulla cultura architettonica del Rinascimento, si veda P. Fane-Saunders, Pliny the Elder and the Emergence of Renaissance Architecture, New York 2016.

15

A. Averlino detto il Filarete, Trattato di architettura, A. M. Finoli e L. Grassi (a cura di), Milano 1972, c. 35v.

16

B. Baldi, Versi e prose, Venezia 1590, 565. Ringrazio il Professor Francesco Paolo Fiore per questo riferimento.

17

P. G. da Toledo, Ragionamento del terremoto, del nuovo monte, del aprimento di terra in Pozuolo nel anno 1538, e de la significatione d’essi, Napoli 1539, [29].

18

Plin., HN, 2.84.

19

L. B. Alberti, L’architettura, trad. G. Orlandi, Milano 1966, III, 6, 194.

20

P. N. Pagliara, ‘“Destri” e cucine nell’abitazione del XV e XVI secolo, in specie a Roma’, in: A. S. Tosini (a cura di), Aspetti dell’abitare in Italia tra XV e XVI secolo. Distribuzione, funzioni, impianti, Milano 2001, 39–91.

21

Filarete, op. cit. (nota 16), fol. 80r; L. Grassi, LoSpedale di Poveridel Filarete. Storia e restauro, Milano 1972; R. Baldasso, ‘Function and Epidemiology in Filarete’s Ospedale Maggiore’, in: B. S. Bowers (a cura di), The Medieval Hospital and Medical Practice, Aldershot 2007, 107–120.

22

Martin, op. cit. (nota 8), 80–105. Sull’evoluzione delle ricette della polvere da sparo, si veda B. Hall, Weapons and Warfare in Renaissance Europe: Gunpowder, Technology, and Tactics, Baltimore 1997, 67–106.

23

V. Biringuccio, De la pirotechnia libri X, Venezia 1540, 10.4, fol. 152v.

24

G. Cardano, De subtilitate, Nürnberg 1550, 67; Paracelsus, Warhafftige Beschreibunge der Wundartzney, Basel 1586, 77.

25

G. Maggi e J. Castriotto, Della fortificatione delle città, Venezia 1564, 26r.

26

Biringuccio, op. cit. (nota 24), 10.4, 157v.

27

Ibid., 158r–v.

28

G. A. Buoni, Del terremoto dialogo, Modena 1571, 40v. Questo libro faceva parte della fioritura straordinaria di scritti sulle scienze sismiche e antisismiche, fra cui il Libro di diversi terremoti di Pirro Ligorio, nata in seguito al disastroso terremoto del 1570 a Ferrara.

29

Agricola, op. cit. (nota 11), 8.

30

S. Werrett, Fireworks: Pyrotechnic Arts and Sciences in European History, Chicago 2010, 13–72.

31

Werrett, ‘Wonders Never Cease: Descartes’s Météores and the Rainbow Fountain’, The British Journal for the History of Science 34 (2001), n. 2, 129–147; V. Tkaczyk, ‘Cumulus ex machina. Wolkeninszenierungen in Theater und Wissenschaft’, in: H. Schramm, L. Schwarte, e J. Lazardzig (a cura di), Spektakuläre Experimente. Praktiken der Evidenzproduktion im 17. Jahrhundert, Berlin 2006, 43–77; A. Tchikine, ‘Giochi d’acqua: Water Effects in Renaissance and Baroque Italy’, Studies in the History of Gardens and Designed Landscapes 30 (2010), n. 1, 57–76.

32

C. Mukerji, Territorial Ambitions and the Gardens of Versailles, Cambridge 1997; C. Baier e U. Reinisch, ‘Schußlinie, Sehstrahl und Augenlust: Zur Herrschaftskultur des Blickens in den Festungen und Gärten des 16. Bis 18. Jahrhunderts’, in: H. Bredekamp e P. Schneider (a cura di), Visuelle Argumentationen. Die Mysterien der Repräsentation und die Berechenbarkeit der Welt, München 2006, 35–59; G. Farhat, ‘L’anamorphose du territoire. Les fonctions paysagères de la perspective topographique dans l’économie seigneuriale en France, autour de l’œuvre d’André Le Nôtre (1613–1700)’, tesi di dottorato, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne, 2008.

33

Lettera da Luigi da Porto ad Antonio da Collalto (6 febbraio 1512), L. Da Porto, Lettere storiche di Luigi Da Porto, vicentino, dall’anno 1509 al 1528, B. Bressan (a cura di), Firenze 1857, 253.

34

S. Pepper e N. Adams, Firearms and Fortifications: Military Architecture and Siege Warfare in Sixteenth-Century Siena, Chicago 1986, 95–116; E. Pellegrini, Le fortezze della Repubblica di Siena, Siena 1992.

35

‘Giornale dell’assedio di Montalcino fatto dagli spagnuoli nel 1553 di autore anonimo’, Archivio Storico Italiano 8 (1850), appendice, 372.

36

Lo studio fondamentale rimane E. Rocchi, Le piante icnografiche e prospettiche di Roma del secolo XVI, 2 voll., Torino 1902. Si veda anche P. Marconi, ‘Contributo alla storia delle fortificazioni di Roma nel Cinquecento e nel Seicento’, Quaderni dell’istituto di storia dell’architettura 13 (1966), nn. 73–78, 109–130; S. Pepper, ‘Planning versus Fortification: Sangallo’s Project for the Defence of Rome’, Architectural Review 159 (1976), 162–169; F. P. Fiore, ‘Rilievo topografico e architettura a grande scala nei disegni di Antonio da Sangallo il Giovane per le fortificazioni di Roma al tempo di Papa Paolo III’, in: P. Carpeggiani e L. Patetta (a cura di), Il disegno di architettura. Atti del convegno, Milano, 15–18 febbraio 1988, Milano 1989, 175–180; M. Eichberg e F. Eleuteri, ‘Il bastione ardeatino’, Palladio 24 (1999), 5–22; G. Rebecchini, ‘Michelangelo e le mura di Roma’, in: M. Mussolin e C. Altavista (a cura di), Michelangelo architetto a Roma, Milano 2009, 114–117; F. P. Fiore, ‘Le mura di Roma al tempo del Sacco’, in: Architettura e arte militare. Mura e bastioni nella cultura del Rinascimento, Roma 2017, 157–170.

37

F. De Marchi, Della architettura militare, Brescia 1599, 1.39, 12r.

38

De Marchi, BNCF, ms. II.I.277, c. 45v.

39

G. Alghisi, Delle fortificationi, Venezia 1570, 3.2, 325.

40

De Marchi, op. cit. (nota 38), 3.44, 89r–89v.

41

Ibid., 89v.

42

M. Letts, ‘Some Sixteenth-Century Travellers in Naples’, The English Historical Review 33 (1918), n. 130, 176–196; B. de Divitiis, ‘Memories from the Subsoil: Discovering Antiquities in Fifteenth-Century Naples and Campania’, in: J. Hughes e C. Buongiovanni (a cura di), Remembering Parthenope: The Reception of Classical Naples from Antiquity to the Present, Oxford 2015, 189–216.

43

Agricola, op. cit. (nota 9), 141–143; Agricola, De la generatione de le cose, che sotto la terra sono, e de le cause de’ loro effetti e nature, Venezia 1550, 141v–143v.

44

G. Scaglia, ‘“Stanze-stufe” e “stanze-camini” nei “trattati” di Francesco di Giorgio da Siena’, Bollettino d’arte 39 (1986), 161–184; G. Scaglia, ‘A Vitruvianist’s “Thermae” Plan and the Vitruvianists in Roma and Siena’, Arte Lombarda 84/85 (1988), nn. 1–2, 85–101; H. Günther, ‘“Insana aedificia thermarum nomine extructa”. Die Diokletiansthermen in der Sicht der Renaissance’, in: A. Beyer, V. M. Lampugnani, e G. Schweikhart (a cura di), Hülle und Fülle. Festschrift für Tilmann Buddensieg, Alfter 1993, 251–283; N. E. Edwards, ‘The Renaissance Stufetta in Rome: The Circle of Raphael and the Recreation of the Antique’, tesi di dottorato, University of Minnesota, 1983; B. Contardi e H. Lilius, Quando gli dei si spogliano. Il bagno di Clemente VII a Castel Sant’Angelo e le altre stufe romane del primo cinquecento, Roma 1984; Simona Pannuzi e Nicolò Masturzo, ‘Il bagno papale del Castello di Ostia Antica’, in: S. Pannuzi e C. Belfiore (a cura di), Il Castello di Giulio II ad Ostia Antica, Firenze 2009, 61–78.

45

Agricola fa riferimento a questa teoria, che attribuisce a Empedocle, anche se soltanto per confutarla. Agricola, op. cit. (nota 9), 11. La sua fonte è Sen., QNat., 2 voll., trad. T. H. Corcoran, Cambridge 1971–1972, 1:3.24, 2–4.

46

G. Severini, Architetture militari di Giuliano da Sangallo, Pisa 1970; Severini, Fortificazioni e controllo delle acque in Toscana fra ’500 e ’600: Il caso di Pisa, Pisa 1999.

47

Per l’utilizzo dei motivi termali di Giuliano da Sangallo, si veda: L. Pellecchia, ‘Reconstructing the Greek House: Giuliano Da Sangallo’s Villa for the Medici in Florence’, Journal of the Society of Architectural Historians (JSAH) 52 (1993), n. 3, 323–338; B. de Divitiis, ‘Giuliano Da Sangallo in the Kingdom of Naples: Architecture and Cultural Exchange’, JSAH 74 (2015) n. 2, 152–178; L. Nuti, ‘Surveying, Interpreting, and Designing: The Multiple Essence of a Sixteenth-Century Drawing’, JSAH 75 (2016), n. 1, 5–24.

48

Severini, op. cit. (nota 47), 69.

49

Vitruvio e G. B. da Sangallo, Ten Books on Architecture: The Corsini Incunabulum with the Annotations and Autograph Drawings of Giovanni Battista da Sangallo, a cura di I. D. Rowland, Roma 2003, 119.

50

Sono grato alla Professoressa Daniela Lamberini per questo suggerimento affascinante. Il giudizio sul Pantheon si dovrebbe trovare in De Marchi, ms. II.I.277, BNCF. Purtroppo, a causa delle restrizioni di viaggio causate dal coronavirus non ho ancora avuto occasione di controllare il rifermento nel manoscritto.

51

Questo problema è discusso in F. di Giorgio Martini, Trattati di architettura ingegneria e arte militare, 2 voll., C. Maltese e L. M. Degrassi (a cura di), Milano 1967, 2:437.

52

Archivio di Stato di Roma, Camerale I, Giustificazioni di tesoreria, busta 1, fasc. 7, cc. 1r, 5r.

53

Hall, op. cit. (nota 23), 44–45.

54

R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, 4 voll., Roma 1847–1929, 2:179–84; K. Frey, ‘Zur Baugeschichte des St. Peter: Mitteilungen aus der Reverendissima Fabbrica di S. Pietro (Fortsetzung)’, Jahrbuch der Königlich Preussischen Kunstsammlungen 33 (1913), Beiheft, 1–153.

55

De Marchi, ms. II.I.277, c. 48r, BNCF.

56

Per i travisamenti rinascimentali dell’ipocausto: Scaglia, 1988, op. cit. (nota 45), 91.

57

Per gli studi archeologici condotti in concomitanza con la costruzione del Bastione Ardeatino, si veda A. Huth, ‘Antike Rundgräber in der Vigna Cavalieri. Drei Zeichnungen des Sangallo-Kreises und die archäologischen Befunde am Bastione Ardeatino in Rom’, Pegasus—Berliner Beiträge zum Nachleben der Antike 16 (2014), 151–166.

Material World

The Intersection of Art, Science, and Nature in Ancient Literature and its Renaissance Reception

Series: