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Proclo commentatore del Timeo: esegesi procliana, esegesi a Proclo, e vettori materiali (Patmos Eileton 897)

In: AION (filol.) Annali dell'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
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  • 1 Università di Pisa
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Abstract

Proclus’ Commentary on Plato’s Timaeus has been preserved in several manuscripts from the IX to the XVI centuries and in a paper scroll of the XI century, Patmos Eileton 897, containing two large parts of Book III (on the world’s body, on the recto, and on the world’s soul, on the verso of the scroll) and a large corpus of scholia vetera to it. This paper aims to examine the two main branches of the tradition of the Commentary and to give some observations on the exegetical apparatus to Proclus in the different forms of scholia figurata (and/or schemata), exegetical scholia, scholia to Proclus.

Abstract

Proclus’ Commentary on Plato’s Timaeus has been preserved in several manuscripts from the IX to the XVI centuries and in a paper scroll of the XI century, Patmos Eileton 897, containing two large parts of Book III (on the world’s body, on the recto, and on the world’s soul, on the verso of the scroll) and a large corpus of scholia vetera to it. This paper aims to examine the two main branches of the tradition of the Commentary and to give some observations on the exegetical apparatus to Proclus in the different forms of scholia figurata (and/or schemata), exegetical scholia, scholia to Proclus.

L’esegesi di Proclo al Timeo è stata a più riprese investigata nei suoi caratteri filologici ed esegetici.1 Proclo ha dotato il suo commento di lemmi lunghi tratti dal dialogo, fonte preziosa per lo studio del Timeo, conservati nella loro forma estesa soprattutto dalla seconda famiglia della tradizione testuale procliana.2 Di seguito al testo platonico Proclo discute varianti e analizza problemi di interpunzione, dando vita ad uno strumento fondamentale per l’edizione critica e l’analisi dell’opera di Platone, e al tempo stesso ad un’opera ricchissima oltre che, come sottolineava l’allievo Marino, di grande eleganza.3 All’esegesi del professore tardoantico, e alle sue sorti nella tarda antichità, sono del resto legati gli studi di discepoli e professori neoplatonici, da Marino a Giovanni Filopono, a Simplicio: nell’Alessandria del VI secolo contro Proclo era diretto il De aeternitate mundi di Giovanni Filopono; nello stesso VI secolo si colloca l’impiego del commento di Proclo al Timeo da parte di Simplicio, nel cui commento al De caelo di Aristotele, di recente analizzato da Philippe Hoffmann, è rilevabile in più passi una dipendenza di Simplicio da Proclo.4

Al testo di Proclo si accompagnano scoli significativi, che rappresentano campagne di esegesi dell’esegesi, e che sono trasmessi nei testimoni del commento di età mediobizantina, ad attestarne l’intensità di lettura. Tra i vettori materiali del commento di Proclo al Timeo figura il rotolo di Patmos, Monastero di San Giovanni il Teologo, Eileton 897, scritto per intero da una medesima mano assegnabile al secolo XI: il rotolo, che è l’esemplare più antico conservato del commento dopo i brevi lacerti di IV e V libro del Par. Suppl. gr. 921 della ‘collezione filosofica’, reca parti del libro III e scoli all’opera intercalati al testo.5 Nel rotolo di Patmos testo procliano ed esegesi correlata vengono poste sullo stesso piano, a suggerire un impiego di Proclo per la lettura del Timeo da parte di uno studioso che giustappone appunto l’esegesi a Proclo all’esegesi procliana al dialogo platonico.

Non lontano cronologicamente dal rotolo di Patmos si colloca un altro testimone del commento retrodatato da studi recenti, il manoscritto BAV Chigi R VIII 58, ora attribuito alla prima metà del secolo XII e legato, come è possibile mostrare, al codice di Napoli BN III D 28.6 Il presente contributo intende prendere in esame vettori materiali non noti a Diehl, oppure trascurati, per avanzare alcune osservazioni sul loro ruolo nella costituzione del testo di Proclo e delle forme di esegesi e/o lettura che ad esso si accompagnano, ancora da investigare anche nella loro relazione con studio, erudizione e didattica.

1 Elementi di storia della trasmissione del testo

1.1 Un commento e i suoi lettori/fruitori

Per la tradizione indiretta del commento di Proclo al Timeo, già Ernst Diehl, al quale si deve la prima, accurata, edizione critica, di inizio novecento, richiamava l’attenzione sugli scholia platonica: il Par. gr. 1807 di Platone, appartenente alla cosiddetta ‘collezione filosofica’ e trascritto nella Bisanzio della seconda metà del IX secolo dal copista I della collezione stessa, conserva sui margini del Timeo ampi estratti del solo libro I del commento, introdotti in alcuni casi dal richiamo esplicito a Proclo:7 gli estratti appaiono prelevati direttamente dal testo del commentatore. Negli anni successivi alla comparsa dell’edizione di Diehl è stato individuato nel già citato Par. Suppl. gr. 921, scriptio inferior, l’esemplare del commento di Proclo al Timeo trascritto dallo stesso copista I della ‘collezione filosofica’ che, pur trasmettendo ora soltanto pochi passi dei libri IV e V del commento, attesta materialmente la salda unione tra il testo platonico e la sua esegesi principe almeno nel IX secolo.8

Dopo gli esemplari della ‘collezione’, la singolare fortuna del testo del commento di Proclo al Timeo appare ricevere nuovo impulso soprattutto con Michele Psello, massimo studioso di Proclo.9 Psello, che si presenta enfaticamente come un nuovo scopritore negli studi neoplatonici e nel ricorso all’amato Proclo, compone infatti brevi trattati, talora presentati come una risposta a richieste di spiegazione da parte di un interlocutore (un allievo?), mettendo a frutto l’esegesi procliana: in Philosophica minora II 4, per esempio, Psello estrae un brano dal Timeo per poi giustapporgli un ampio excerptum dal commento di Proclo, o ancora, in Philosophica minora II 5 Psello fa seguire un brano del Timeo da un mosaico di passi tratti dal commento di Proclo e abilmente ricomposti secondo un nuovo ordine funzionale alla spiegazione, senza aggiungere nulla di proprio.10 L’impiego del testo del commento sembra essere collocabile in ambedue i casi in contesto didattico, pur con le dovute cautele imposte dai contorni sfumati che assumono a Bisanzio erudizione e didattica11.

Forme di continuità nella lettura di Proclo si registrano anche dopo l’allontanamento dell’allievo di Psello Giovanni Italo dall’insegnamento, con gli allievi di quest’ultimo Michele di Efeso ed Eustrazio di Nicea: tra XI e XII secolo ambedue condividono le letture neoplatoniche dei loro maestri.12 Se sulla trasmissione di Proclo possono avere inciso in età Comnena anche le figure di Isacco Sebastocratore, e/o di Nicola di Metone,13 con la prima età dei Paleologi Gregorio di Cipro e Giorgio Pachimere hanno un ruolo evidente nella trasmissione del testo di Proclo, e senza dubbio nel secolo XIV Niceforo Gregora compare tra i lettori del commento dedicato al Timeo platonico.14 Negli stessi anni una figura meno nota come Giorgio Oinaiotes invia a Xanthopoulos (forse Niceforo Callisto, forse il fratello Teodoro, corrispondente di Oinaiotes) il commento di Proclo al Timeo per spiegare i misteri di Platone, sottolineando che farà parte degli ascoltatori del dotto professore, presumibilmente nel contesto di lezioni pubbliche.15

L’attività di insegnamento e di scrittura di Michele Psello, o ancora, per esempio, la testimonianza esplicita di Giorgio Oinaiotes nella sue lettere, sottolineano lo stretto legame tra il Timeo e la sua esegesi ‘maggiore’, quella di Proclo: alla tradizione indiretta corrisponde d’altro canto la testimonianza dei vettori materiali, sovente trascritti dalle medesime mani per il Platone del dialogo e il Proclo della sua esegesi.16

Se una relazione tra testo platonico e commento neoplatonico è comune ad altri scritti del corpus delle opere di Platone (valga su tutti l’esempio della ‘collezione filosofica’ e del Proclo dei commenti alla Repubblica), tra i vettori materiali del commento di Proclo al Timeo il rotolo di Patmos richiama più di altri l’attenzione sulla lettura del Timeo e della sua esegesi principe.17 Il contesto di produzione e fruizione non appare necessariamente privato: la struttura del manufatto e le sue caratteristiche interne ed esterne possono suggerire ancora una volta l’ambiente delle letture pubbliche, legate a Psello.18 Il testimone apre uno squarcio significativo su testo del commento ed esegesi ad esso correlata nell’XI secolo e rappresenta un vettore tradizionale indipendente da porre a confronto con la tradizione, come peraltro alcuni codici del commento a lungo trascurati.

1.2 I fondamenti della tradizione

1.2.1 Un commento tra conservazione e perdita: manoscritti e libri superstiti

Del commento di Proclo al Timeo sopravvivono in tradizione diretta i primi cinque libri, che corrispondono al commento a circa un terzo del dialogo (fino a 44 Stephanus).19 Appare probabile tuttavia che Proclo avesse commentato il Timeo per intero: in un manoscritto di Galeno, conservato a Istanbul, Hagia Sophia 3725, è stato segnalato il passo di una traduzione araba del commento di Proclo a Timeo 90 (passo quasi finale del dialogo), elemento che sarebbe decisivo, come afferma Festugière, per ritenere che il commento fosse completo.20 Attenendosi alla quantità di testo commentata nel primo libro, ovvero circa quattordici pagine della edizione Rivaud, si può presumere che altri cinque libri di estensione analoga al primo sarebbero stati sufficienti a completare il commento all’intero dialogo.

Nella tradizione superstite dei libri IV si registra al tempo stesso una divaricazione significativa della base testimoniale tra i libri III e i libri IIIV, soprattutto per la presenza, per i libri III, del codice Paris, BNF, Coislinianus 322, solo testimone della prima famiglia della tradizione del commento. Questo codice è il primo ad apparire nella edizione Diehl, dove viene datato ai sec. XIXII, mentre su base paleografica deve essere attribuito alla prima età paleologa, all’inizio del secolo XIV, poiché trascritto nella stessa scrittura arcaizzante del Platone Vat. gr. 225–226 di Matteo di Efeso, che comprende il Timeo.21

Nella tradizione manoscritta dei libri I e II del commento di Proclo al Timeo di Platone si registra in effetti una sostanziale bipartizione.

Da un lato si colloca il Coisl. 322 (codice C), frutto di una traslitterazione indipendente dalla maiuscola.22

Alla prima famiglia procliana, del codice C, che contiene come si è detto i libri III, si affianca la seconda famiglia, il cui rappresentante più importante venne individuato da Diehl nel codice di Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Marc. gr. 195 (M), del secolo XIV, contenente i libri IIII (parziale), con lacune significative all’interno, colmate da mani recenziori (secondo la accurata analisi di Diehl).23

Appartengono alla famiglia di M il codice di Parigi, Bibliothèque Nationale de France Par. gr. 1840, di Demetrio Mosco, che si interrompe all’interno del III libro, il codice di Napoli, Biblioteca Nazionale, III D 28, di Giovanni Catrario, che contiene soltanto i libri I e II, e, in ultimo, la linea tradizionale della cosiddetta ‘vulgata’, che Diehl aveva analizzato in alcuni suoi testimoni principali, quali il Marc. gr. 194, il Par. gr. 1839, il Monacense gr. 382, già in un contributo preparatorio alla edizione critica.24 Tuttavia lo studioso, nella sua edizione, se utilizzò sistematicamente per la seconda famiglia, accanto ad M, il Par. gr. 1840 (codice P), registrò in maniera discontinua gli altri primari: tra i codici citati infatti, altri manoscritti, pur indipendenti, figurano soltanto saltuariamente tra i codices adhibiti (è il caso del Neap. III D 28), o ancora restano celati sotto il siglum della cosiddetta ‘vulgata’.25

Nuove datazioni e attribuzioni su base paleografica hanno tuttavia mutato sensibilmente il quadro tradizionale del commento di Proclo al Timeo platonico. Di conseguenza, codici che Ernst Diehl considerava degni di discussione possono scomparire dal novero dei manoscritti da registrare in apparato: è questo il caso del codice R, il Riccardiano 24, il manoscritto del commento utilizzato da Marsilio Ficino, che Diehl avrebbe volentieri considerato un apografo di codici conservati (del Marc. gr. 195 in particolare), se non fosse stato attribuito al secolo XIV, ostacolo ora superato dalla attribuzione del Ricc. 24 alla mano di Charitonimos Hermonimos, attivo nel XV secolo, da parte di Dieter Harlfinger.26

Nuovo significato assumono invece alcuni testimoni rimasti nell’ombra, in particolare il secondo manoscritto utilizzato da Marsilio Ficino, secondo l’identificazione di Paola Megna, il sopra citato Chisianus R VIII 58, datato da Paul Canart alla prima metà del secolo XII, mutilo dell’inizio (fino a p. I.130.24 Diehl) ma che diviene il testimone più antico per gran parte dell’opera superstite (ovvero testimone primario per i cinque libri del commento, da I.130.24), e il Marc. gr. 194 (per I.1–I.130.24), scritto dal patriarca Gregorio di Cipro.27 Il codice Chigi R VIII 58, che conteneva dunque i libri IV, pur se mutilo dell’inizio, è testimone di fondamentale importanza: appare riconducibile alla stessa linea tradizionale cosiddetta della ‘vulgata’ ed è fonte, ove conservato, dello stesso Marc. gr. 194, che è testimone primario da I.1. a I.130.24.28

1.2.2 Una tradizione bipartita per varianti, struttura, lemmi

Se gli errori da maiuscola nella prima famiglia escludono l’archetipo in minuscola e inducono a postulare una duplice traslitterazione, varianti, struttura esterna, lemmi estesi/abbreviati nei libri I e II contribuiscono a confermare la sostanziale bipartizione della tradizione tra prima e seconda famiglia in presenza del Coisl. 322.

a. Varianti. Il codex Coislinianus è frutto, come si è ricordato, di una traslitterazione distinta dalla maiuscola. All’elenco di errori da maiuscola presentato da Diehl possono esserne aggiunti altri.29 Allo strato di errori da maiuscola si sovrappone nel Coislinianus uno strato di errori da minuscola, rilevati da Diehl, sopravvenuti in epoca mediobizantina, che ben si comprendono anche alla luce della nuova datazione del codice al XIIIXIV secolo.30

b. Struttura esterna. La seconda famiglia risulta di particolare interesse sotto il profilo strutturale in quanto assai più conservativa rispetto alla prima. Dal proemio del Commento al Timeo abbiamo una preziosa notazione su come Proclo intendesse organizzare l’esemplare dell’ekdosis del commento. Vi si fa infatti riferimento al breve trattato De natura mundi et animae attribuito a Timeo di Locri, autore generalmente ritenuto della prima età imperiale (I secolo a. C.) ma da Proclo considerato anteriore a Platone. Proclo voleva che in questo esemplare il testo di Timeo di Locri fosse preposto al suo commento affinché fosse chiaro in quale misura Platone fosse debitore a Timeo e dove se ne discostasse. Il verbo utilizzato da Proclo (προὐτάξαµεν) è tecnico e ci riconduce alla taxis materiale che Proclo ha imposto al proprio esemplare.31

Di tale struttura la tradizione medievale conserva una traccia precisa nel codice di Napoli, Biblioteca Nazionale III.D.28, nonché nei codici ad esso apparentati risalenti alla stessa seconda famiglia, in primo luogo il codice M, Marc. gr. 195. Lo stesso Chisianus soffre di una ampia lacuna iniziale che richiede per essere colmata del tutto anche la presenza del breve trattato in posizione iniziale.32 Al tempo stesso nella lacuna iniziale del Coisl. 322 non poteva essere contenuto anche il trattato di Timeo di Locri,33 a conferma della distanza tra le due famiglie della tradizione.

c. Lemmi. Un altro aspetto che pone in luce la bipartizione della tradizione è rappresentato dai lemmi, scorciati in maniera più sistematica nella prima famiglia, quella del codice Coislinianus. Come osservò Diehl nel suo studio del 1903, preparatorio all’edizione, l’abbreviatura dei lemmi deve essere considerata innovazione rispetto ai testimoni con lemmi integri.34 In particolare, nel primo libro del commento la scorciatura di 24 lemmi è comune a tutta la tradizione: l’abbreviazione di questi lemmi può essere ricondotta all’autore stesso (piuttosto che per esempio a un modello comune), e si spiega, con ogni probabilità, con lo statuto peculiare del libro I, dedicato al commento della sezione del Timeo che riprende la Repubblica. A differenza dei libri successivi, che commentano una quantità di testo più ridotta e con un numero inferiore di lemmi, il libro I commenta una porzione ampia di testo (14 pagine nella edizione Rivaud del dialogo) e contiene un numero di lemmi (101 lemmi) che è quasi doppio in rapporto ai lemmi commentati nei libri successivi. In effetti la parte iniziale del dialogo era considerata da Proclo come ‘proemiale’, e così il libro I ad essa dedicato nell’economia del commento aveva uno statuto diverso rispetto al resto dell’opera. Lemmi in parte integri in parte scorciati compaiono peraltro anche nel commento continuo di Proclo al mito di Er, conservato nel Vat. gr. 2197 tra i commenti/trattati dedicati alla Repubblica, ancora una volta con una oscillazione tra le due formule µέχρι τοῦ / ἕως τοῦ come per il Commento al Timeo.

Tuttavia a questa operazione di scorciatura di soli 24 lemmi del libro I, che può essere considerata come si è detto d’autore, si accompagna nella prima famiglia, dunque nel solo codice Coislinianus 322, un intervento più organico di abbreviatura dei lemmi, sempre con le formule in uso, sia in quantità (i lemmi di C presentano talora una quantità di testo inferiore rispetto ai corrispondenti lemmi della seconda famiglia, oltre che formule differenti), sia nel numero (assai più numerosi in C i lemmi abbreviati), sia nella estensione dell’intervento al secondo libro, ultimo contenuto in C. La prima famiglia ha dunque subito un intervento ‘editoriale’, con impiego delle stesse formule utilizzate per i 24 lemmi scorciati, una operazione che, data la traslitterazione indipendente della prima famiglia (e l’impiego delle medesime formule tardoantiche), potrebbe risalire alla tarda antichità.35

Sia nella struttura (punto b) sia nei lemmi (punto c) il Coislinianus si presenta come innovativo rispetto alle intenzioni dell’autore, che si conservano nell’esemplare comune della seconda famiglia; secondo l’analisi delle varianti il Coislinianus ha invece in più casi un testo superiore a quello della stessa seconda famiglia.

1.2.3 Osservazioni sul valore del Coislinianus per la costituzione del testo. Un esempio

Il Coislinianus, per quanto con i lemmi scorciati rispetto alla seconda famiglia, è testimone cruciale per i lemmi stessi e conserva talora un testo superiore rispetto a quello della seconda famiglia.36 Valga un solo esempio, con il prezioso riferimento al testo del Timeo.

Occorre premettere che in seguito alle ricerche di Jonkers la tradizione dei dialoghi platonici si è arricchita di nuovi testimoni, ed è stato possibile eliminare come apografi alcuni manoscritti che figurano negli apparati critici: nella tradizione di Platone, per il Timeo, oltre al Par. gr. 1807, codice A37 (col Vindobonense 337, ad esso apparentato ed aggiunto da Jonkers38), e al Vind. Suppl. Gr. 39, F, trascritto dall’Anonimo gamma e con aggiunte di mano di Manuele Meligalas,39 sono testimoni primari secondo la recente indagine il codice Tübingen, UB Mb 14, codice C di Platone, dell’XI secolo,40 e una perduta fonte g, comune, oltre che al manoscritto Par. gr. 2998 di Giorgio di Cipro, al manoscritto di Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Vind. Phil. Gr. 21 di Massimo Planude, del filologo Giovanni e di Niceforo Moscopulo41 e al Vat. gr. 226 di Matteo di Efeso (sui quali vedi supra § 1.2.1 e n. 21).

Del commento a Plat., Tim. 17 d 2–18 a 3 (I, p. 37.1–9 Diehl) sono testimoni primari il codice C, Coisl. 322, per la prima famiglia, e, per la seconda famiglia, i codici M, Marc. gr. 195, P, Par. gr. 1840, N, Neap. III D 28 e G, Marc. gr. 194 (in presenza della lacuna iniziale del codice Chis. R VIII 58).

Proclo, In Tim., p. 37.1–9:

Ὡς ἄρα αὐτοὺς δέοι φύλακας εἶναι µόνον τῆς πόλεως, εἴ τέ τις ἔξωθεν ἢ καὶ τῶν ἔνδοθεν ἴοι κακουργήσων, δικάζοντας µὲν πρᾴως τοῖς ἀρχοµένοις ὑπ᾽αὐτῶν καὶ φύσει φίλοις οὖσι, χαλεποὺς δὲ ἐν ταῖς µάχαις τοῖς ἐντυγχάνουσι τῶν ἐχθρῶν γιγνοµένους.

Ἐν οἷς βούλεται τοὺς φύλακας καὶ ἐπικούρους δικαστὰς µὲν εἶναι τῶν ἔνδον, εἴ τις κακουργοίη τὴν πόλιν, ἀγωνιστὰς δὲ πρὸς τοὺς ἔξω […].

‘[…] En ce texte Platon veut que le gardiens et les defenseurs soient d’une part juges à l’interieur, si quelque citoyen fait du tort à l’Etat, d’autre part combattants contre les ennemis de l’extérieur […]’.42

‘That they should only be guardians of the state – whether somebody were to come from outside to do it harm or even if one were to come from those within – passing judgement with humanity upon those who were natural friends and under their control, but getting tough in battle with whichever of their enemies they met (17d–18 a).

In this he wants the guardians and auxiliaries to be judges of those within, should any harm the city, and opponents of those outside […]’.43

Nell’apparato di Diehl, i codices adhibiti sono C M P, ai quali tuttavia deve essere aggiunto il codice N di Giovanni Catrario,44 e lo stesso Marc. gr. 194 (come si è detto in assenza del Chisianus)45.

Se però si considera l’apparato critico a Platone, nel passo considerato è possibile osservare come il commento di Proclo venga qui a sostegno della lezione di A (Par. gr. 1807) e del Tubingensis, insieme allo Stobeo, contro lezioni inferiori di altri rami della tradizione.46

Nel passo del commento procliano Diehl registra una innovazione singolare del Coisl. 322 (µόνον om. C) e il taglio della citazione (qui evidenziata in grassetto) nello stesso Coislinianus (πόλεως ἕως τοῦ· τῶν ἐχθρῶν C47).

Ma soprattutto, nella sezione del lemma conservata in C, ἐχθρῶν è la buona lezione di C, comune alla tradizione di Platone mentre ἀνθρώπων è la lezione banalizzante48 della seconda famiglia di Proclo, qui rappresentata da M P N G, portatrice pertanto in questo punto di lezione inferiore.49

Come si è detto, pur scorciati, i lemmi di C sono assai importanti per la costituzione del testo del Timeo; la linea tradizionale di C conserva buone lezioni superiori alla (pur conservativa, e fedele nella struttura) seconda famiglia.

1.3 Per un nuovo studio della seconda famiglia nei suoi vettori materiali

1.3.1 I codici Neap. III D 28 e Chis. R VIII 58

Lo studio della tradizione chiama in causa già per i libri I e II i ‘nuovi’ testimoni posti in luce dagli studi paleografici e filologici. Si tratta in primo luogo del Neap. III D 28 (N) che deve essere registrato come testimone del commento dei libri I e II: né la testimonianza va trascurata in presenza delle parti antiche del Marc. gr. 195, come ha fatto Diehl. Accanto agli altri codici della seconda famiglia deve inoltre figurare in apparato il Chis. R VIII 58 (H), che si presenta assai più corretto dei codici della cosiddetta ‘vulgata’, che al Chisianus risalgono.50

a. Il Neap. III D 28, il Chis. R VIII 58 e la seconda famiglia nel libro I; il Neapolitanus e il Chisianus appartengono alla seconda famiglia:

Quadro I

130.30 αὐτοῖς] ἑαυτοῖς HNMP; 133.3 θείων] θεῖον HNMP; 133.30 δύναµιν τῆς θεοῦ HNMP; 134.10 ὅµως ἂν HNMP; 137.4 ἐνυδρίοις HNMP; 143.13 προιέναι δυνάµενος HNMP; 144.21 ὅλῳ] ὅλως HNMP; 146.18s. ἀµείνονος µὲν HNMP (fort. melius Diehl); 147.10 µετεχούσας] µετόχους HNMP.

b. Lezioni singolari in Chis. R VIII 58: il Chisianus presenta innovazioni singolari. E.g.:

Quadro II

131.23 µὲν om. H; 133.26 δευτέραν] θείαν H; 135.18 προελθῶν] προελθὸν H; 137.3 οἰκείοις] οἰκείως H; 138.23 τεταµένον] τεταγµένον H; 138.29 καὶ om. H; 139.9 τὸ δὲ ὅλον H (recte N); 141.11 οὐρανίους H; 141.23 αἱ om. H; 142.23–24 ἀποδιδόντος H (recte N); 143.7 διὰ] καὶ διὰ H (recte N); 143.9 ὁ om. H (recte N); 144.2 ἀναγκαίως - ἐστιν om. H; 144.13 καὶ add. H; 146.10 εἰδῶν] φρουρῶν H (recte N); 146.13 γε C : γὰρ NMP om. H; 146.19 ἑαυτὸ H.

c. Il Neapolitanus presenta numerose innovazioni singolari:

Quadro III

131.17 τὰ add. N; 131.21 τὰ om. N; 131.24 καὶ add. N; 132.3 τῶν ἀφισταµένων N; 133.8 τοῦτό ἐστι om. N; 134.5 τὸ om. N; 134.22 τῆς] καὶ τῆς N; 135.23 θεόν] θεὰν N; 136.5 θέµενος] διαθέµενος N; 136.7 τοῖς om. N; 137.28 ἑτέρων et H, οὐρανίων s. l. H : ἀστέρων N; 138.9 λῆξις] µίξις N; 138.11 ἀναίνεται] ἀνάγεται N; 138.11–12 τὴν φθοράν] τῆ φθορᾶ N; 138.18 δὴ] δεῖ N; 138.20 µόνον] µόνων N; 139.2 ἀκίνητον] ἀκινήτου N; 139.29 ἄλλοις] ἄλλας N; 140.12 τῶν κληρῶν τῶν N; 140.13 ἀνήρτηνται] ἀνήρηνται N; 141.17 ἐστίν om. N; 141.19 πλῆθος ἐστὶ N; 142.1 δαίµονες] δαίµονος N; 142.21 τῆς add. N; 143.30 τινὲς εἰσιν N; 144.11 ὅλως] ὅλος N; 144.15 γῆς] ψυχῆς N; 145.26 ἀλλήλους N; 146.6 γράµµασι N; 146.11 ὡς om. N; 146.11 ὁ om. N.

I due manoscritti, H e N, sono talvolta immuni dalle innovazioni che compaiono in M o in P secondo l’apparato di Diehl.

Al tempo stesso il Chisianus e il Neapolitanus sono legati tra loro da un certo numero di innovazioni e omissioni. E.g.:

131.11 παρασπάσασθαι] παρασπάσθαι H : παρασπᾶσθαι N; 131.28 τὰς om. HN; 134.1 τῆς om. HN; 136.2 θεοῦ om. HN; 137.19 ἐνικωτέρους om. HN; 144.12 ἔργοις om. HN; 144.21 εἴδει] ἔδει HN; 144.24 ψυχῶν om. HN; 144.31 µὲν om. HN.

Occorre dunque pensare a un manoscritto perduto che corrisponderebbe alla fonte utilizzata all’inizio del XII secolo per trascrivere il Chisianus: a questo stesso manoscritto perduto risale, direttamente o indirettamente, il Neapolitanus di Giovanni Catrario, le cui innovazioni sono in parte comuni al manoscritto del fondo Chigi, nuova fonte indipendente per il testo dei cinque libri.51

1.3.2 Patmos Eileton 897 e la seconda famiglia

La base testimoniale presenta alcune nuove acquisizioni anche nel passaggio al terzo libro del commento, in particolare con il rotolo di Patmos Eileton 897.

Il nuovo manufatto offre il testo di Proclo in una forma di libro inattestata per testi d’autore, e cioè un rotolo scritto transversa charta e portatore di un ricco apparato scoliastico, con una mise en page nuova rispetto ai codici e, per estensione e affinità, confrontabile con l’apparato scoliastico del Marc. gr. 195. Questo impaginato pone sullo stesso piano testo esegetico procliano e esegesi ad esso correlata, in un formato compatibile con l’impiego e la lettura anche in contesto scolastico e/o pubblico.52

Al passaggio dal II al III libro viene meno la prima famiglia, ma per il III libro il rotolo aggiunge una fonte significativa per testo e scoli.

2 Alcune osservazioni sull’esegesi all’esegesi: i nuovi vettori materiali e lo studio degli scoli a Proclo e del loro contesto

2.1 Lo status quaestionis sugli scoli

2.1.1 Gli scoli e la seconda famiglia. L’ipotesi Whittaker, relativa alla ‘collezione filosofica’, e la sua revisione

Nella raccolta degli scoli presenti in calce all’edizione, Diehl menziona il codice Coisliniano 322 e il codice Marc. gr. 195, con in aggiunta alcuni rimandi al Riccardiano 24, che rappresenta tuttavia, come si è sopra osservato, un apografo seriore.

Intorno al Marc. gr. 195 si raccoglie d’altro canto la seconda famiglia del commento, che, come evidenziato da Diehl, risale ad un antigrafo comune (cfr. anche sopra, Quadro I). Per lo studio degli scoli di M (e della seconda famiglia) assume quindi significato la testimonianza degli altri testimoni della seconda famiglia: il Par. gr. 1840 risulta privo di scoli, mentre sia il Neap. III D 28, con i libri III, sia il Chigi R VIII 58, per i libri in esso superstiti, recano note a margine.53

Particolarmente significativa è la ricca messe di scoli in schemata che compaiono nei margini del Marc. gr. 195, sovente desunti dal testo: le annotazioni sono strutturate con figure e schemi volti a chiarire i contenuti del commento. L’osservazione di John Whittaker relativa alla forma (layout) degli scoli a Proclo e alla sua possibile relazione con quelli della ‘collezione filosofica’ sembra in effetti plausibile specialmente per gli scoli in schemata che ricorrono soprattutto in M (frutto d’altro canto della trascrizione da un esemplare in minuscola antica, secondo le osservazioni di Diehl).54

Non solo. Il confronto tra gli scoli di M e quelli di altri testimoni della seconda famiglia attesta materialmente, come vorrei mostrare, l’appartenenza degli scoli al fondo della tradizione.55

2.1.2 La prima famiglia e gli scoli in margine al solo Coislinianus. L’ipotesi di Saffrey e Westerink e Simplicio

Il Coisl. 322 apporta ulteriori scoli al testo di Proclo per i libri III: in particolare si tratta di scholia, filosofici e polemici, di cui C è il solo portatore.

Gli scoli di C si devono quasi interamente alla stessa mano arcaizzante del testo: i soli interventi non di prima mano sono dovuti a una mano ‘moderna’ di XIV secolo che compare in C soltanto per tre annotazioni.

Gli scoli di C di prima mano sono chiaramente anteriori al codice, come è possibile affermare in base ad alcuni loro errori; per esempio:

a. C (libro I) Scolio marginale di C f. 15r–16r, ad p. 46.22, a proposito del genere femminile:

Τί ταῦτα, φίλε Πρόκλε; πόθεν ἡµᾶς ἔχεις πείθειν περὶ τούτων ὡς <οὕτως> ἐχόντων· κρατεῖ κἀν τούτοις Ἀριστοτέλης καὶ ἴσασιν οἱ τῇ Περὶ ζῴων γενέσεως πραγµατείᾳ αὐτοῦ ἐντυχόντες.

‘Che significa questo (che è questo), caro Proclo? Da dove (da quali elementi) ritieni di persuaderci riguardo a queste cose, che stiano così? Ha la meglio anche in queste cose Aristotele e lo sanno quelli che si sono imbattuti nel suo trattato Sulla generazione degli animali’.

Nello scolio in questione l’omissione di οὕτως può essersi prodotta per un errore di copia e mostra che lo scolio non è proprio di C ma dipende da un antigrafo.

Secondo Saffrey e Westerink “ces scholies ont dû être inscrites à des dates très variées. Les unes sont clairement les réactions d’un lecteur chrétien de l’époque byzantine, mais nombre d’autres viennent d’un connaisseur intelligent de l’oeuvre entière de Proclus.”

Nell’apparato scoliastico di C è possibile dunque individuare scoli che sono senza dubbio mediobizantini, come gli scoli di polemica cristiana. Per esempio:

b. C (libro I) Scolio marginale di C f. 88r ad p. 122, 11 s., a proposito della desertificazione e decadenza dell’Attica provocata secondo Proclo dall’affermarsi del cristianesimo:

ὑµεῖς ἀσεβέστατοι, ἡµεῖς δὲ τὸ τῶν χριστιανῶν γένος ἔνθεον καὶ εὐσεβέστατον

‘Voi sommamente empi, noi invece la stirpe dei cristiani ispirata da Dio e piissima’.

Si è tuttavia proposto di distinguere in C anche un fondo antico. In particolare lo scolio a In Tim. p. 175.1–2 Diehl (registrato in Diehl, vol. I, p. 468.14–16) è riconducibile a Simplicio e questo farebbe pensare, secondo gli editori della Théologie Platonicienne, ad un esemplare del commento di Proclo al Timeo glossato da Simplicio (Saffrey e Westerink 1968, p. CLIII),56 al quale dunque il codice C risalirebbe, ipotesi assai suggestiva alla luce degli interventi di scorciatura supplementare e organica dei lemmi di C, e della diversa traslitterazione dalla quale C dipende. Dopo la fortuna ateniese del commento, il testo potrebbe essere stato veicolato prima del IX secolo da almeno due esemplari: uno giunto a Costantinopoli attraverso Alessandria (confluendo poi nei libri della ‘collezione filosofica’, che secondo studi recenti è almeno in parte di provenienza alessandrina = seconda famiglia del commento), l’altro passato nell’ambiente di Simplicio (= prima famiglia del commento).

Lo scolio che chiama in causa Simplicio è peraltro comune, seppure in forma variata, alle due famiglie, dunque la relazione tra le due annotazioni deve essere studiata più a fondo.

2.1.3 Gli scoli comuni alle due famiglie e il problema delle campagne esegetiche. Un distico di Simplicio in margine a Proclo

La raccolta di Diehl reca campagne esegetiche conservate soltanto dalla prima famiglia, ossia dal codice C (scoli di polemica cristiana, scoli ‘aristotelici’, scoli che utilizzano brani da altre opere di Proclo), oppure soltanto dalla seconda famiglia (per esempio numerosi scholia in schemata), formata dalla pluralità di fonti che si raccolgono intorno al codice M (l’editore considera il solo codice M). Come risulta dal lavoro dell’editore, un numero assai ridotto di scoli, tra i quali la nota relativa a Simplicio appena citata, appare comune ai due rami della tradizione, e viene dunque segnalato sia in C sia in M.

Anche in relazione agli scoli la questione del fondo della tradizione appare assai complessa. Per spiegare la relazione tra le due famiglie si aprono ipotesi diverse. Per esempio: a. appartenenza degli scoli comuni ad un comune fondo della tradizione (che dovrebbe essere antico, data la presenza di duplice traslitterazione); b. migrazione di scoli tra le due famiglie tradizionali.

Nel primo caso si affaccerebbe la possibilità che C abbia avuto lo stesso apparato scoliastico di M (e della seconda famiglia) e lo abbia in gran parte omesso (C innova senza dubbio nella struttura – omette il trattato di Timeo di Locri preposto al commento – e nei lemmi ulteriormente scorciati) per adottare un diverso apparato scoliastico, che è almeno in parte legato a un lettore mediobizantino.57 Nel secondo caso a favore di due apparati scoliastici distinti depone la presenza di notazioni differenti allo stesso passo, caso che in effetti si verifica per una breve nota duplice.58

Se si pensa a questa seconda ipotesi, gli scoli in schemata, trasmessi in maniera ben più significativa dalla seconda famiglia, potrebbero essere passati (in misura ridotta) in un secondo momento nella linea tradizionale del Coislinianus.59

La discussione avviata avrebbe inoltre proposto di riconoscere nello stesso C materiale antico. Il caso dell’annotazione marginale che fa riferimento a Simplicio, non esclusiva di C ma contenuta anche in esemplari della seconda famiglia (Diehl registrava solo M, al quale occorre aggiungere il Chisianus) richiede una riflessione a parte. Alla nota fa riferimento anche Festugière (1966, 230 n. 5):

Diehl vol I. p. 468.14 ss. (ad In Tim. p. 175):

ms. Coislinianus (C):

Σιµπλικίου εἰς ἀλλ᾽ὁ µὲν θεῖος Ἰάµβλιχος εὐµενὴς ἔστω.

Σιµπλικίου πόνος οὗτος, Ἰάµβλιχε δῶτερ ἐάων.

ἔλαθι (sic) νικηθείς, ἀλλ᾽ὑπὸ σῶν ἐπέων.

‘De Simplicius sur «Eh bien, que cet homme divin nous garde sa bienveillance»:

«C’est bien là la peine de Simplicius, ô Jamblique, grand bienfaiteur.

Pardonne si je t’ai vaincu, mais en me fondant sur tes dires»’.

Mss. M e Chisianus:

Πρόκλος ἀλλ᾽ὁ µὲν θεῖος Ἰάµβλιχος εὐµενὴς ἔστω.

Σιµπλίκιος Σιµπλικίου πόνος οὗτος, Ἰάµβλιχε δῶτερ ἐάων.

ἵλαθι νικηθείς, ἀλλ᾽ὑπὸ σῶν ἐπέων.

Nel Coislinianus lo scolio conserva l’espressione tecnica propria dei commenti (συµπλικίου εἰς) che manca nella tradizione di M: lo scolio potrebbe essere dunque proprio della famiglia del codice Coislinianus ed essere migrato nella seconda famiglia. La prima parte dello scolio in C è il testo di Proclo che chiede la benevolenza di Giamblico; il distico successivo sarebbe stato composto da Simplicio che invoca la benevolenza di Giamblico quasi a gara con Proclo. Lo scolio trasmesso dalla seconda famiglia presenta uno ‘sviluppo᾿, riportando sia l’espressione di Proclo sia il distico di Simplicio nella forma di uno scambio di battute: in questo modo le due espressioni rivolte a Giamblico vengono di fatto poste sullo stesso piano (la forma del verbo potrebbe essere altresì banalizzata nella seconda famiglia rispetto alla forma eolica della prima, come notato da Diehl, p. 468, apparato).

L’osservazione di Saffrey e Westerink, che considerano questo scolio come proprio di C, ha dunque un certo fondamento perché lo scolio potrebbe essere secondario nella seconda famiglia, all’interno della quale non ricorre nella stessa forma.

Il fondo comune della tradizione manifesta elementi bibliologici comuni, per esempio: la struttura lemma/commento, le diplai angolose (‘angular’) a segnalare i lemmi, che soltanto in alcuni esemplari divengono arrotondate e/o doppie,60 le indicazioni marginali di ἀπορία e λύσις ad aiutare il lettore.61 Le campagne esegetiche, sicuramente stratificate, hanno tuttavia in comune elementi assai ridotti e dunque di interpretazione complessa, né si escludono forme di contatti successivi tra i due filoni tradizionali, peraltro fortemente distinti sul piano delle varianti e bibliologico.

2.2 Per un nuovo studio delle fonti degli scoli a Proclo

2.2.1 La testimonianza trascurata di N per gli scoli ai libri I e II

Fra i testimoni degli scoli appartenenti alla seconda famiglia il Neap. III D 28, non considerato da Diehl per gli scoli, presenta alcuni degli scoli in schemata che sono di prima mano in M.62

Presento qui lo scolio a In Tim., p. 8 Diehl, non registrato da Diehl neppure per il Marc. gr. 195, che si trova sul secondo foglio recto del primo quaternione conservato dopo la perdita del primo fascicolo.

La notazione richiama il testo di Proclo e raccoglie in uno schema tripartito la tripartizione delle realtà che si legge nel commento: realtà intelligibili, fisiche e tra le due le realtà matematiche. Nel codice N, f. 8v, figura un resto del medesimo scolio, in gran parte perduto nella rifilatura del margine esterno: sch. ad In Tim., p. 8 Diehl

In una situazione complessa come quella della tradizione degli scoli della seconda famiglia, il legame tra M e N per il fondo della tradizione e gli schemata marginali è del tutto sicuro.63

2.2.2 La testimonianza di Patmos Eileton 897 per gli scoli al III libro. Un esempio

Dopo la trattazione del libro I dedicata alla prima sezione del Timeo, in continuità con la Repubblica, e la trattazione cosmologica del libro II, con il libro III il commento di Proclo si concentra su corpo e anima del mondo.

Il passaggio al III libro segna un significativo mutamento del quadro tradizionale: viene meno il Coisl. 322, ramo isolato della tradizione manoscritta; e il Neap. III D 28 di Giovanni Catrario. Con il codex Coislinianus, C, scompare pertanto un’intera famiglia della tradizione del commento, mentre con il venir meno del Neapolitanus N il quadro tradizionale risulta impoverito all’interno della seconda famiglia.64

In presenza di questo quadro tradizionale mutato si osservano alcuni elementi di continuità del libro III con i libri I e II, e al tempo stesso si registrano alcune nuove fonti dalle quali è necessario prendere le mosse, in primo luogo il rotolo di Patmos Eileton 897 per il secolo XI (mentre con il secolo XII apparirà il Chigi R VIII 58).

La forma del rotolo richiede speciali accorgimenti per gli scoli in forma di schemata dei quali è portatore. Il Proclo del rotolo transversa charta è un Proclo che subordina la pratica libraria a una nuova organizzazione materiale, su una unica colonna di testo che sfrutta tutta la superficie scrittoria e di fatto include nella trattazione gli stessi schemata esplicativi.

Questi scoli sono legati all’esegesi tràdita nella seconda famiglia, e in particolare, nella sua forma più completa e ricca, nel Marc. gr. 195 (M). L’esegesi alla esegesi procliana che il rotolo di Patmos e il Marc. gr. 195 condividono è assai utile per la comprensione del testo di Proclo.

Lo scolio a Diehl, vol. II p. 39.20 (libro III) elenca le proprietà degli elementi (terra e fuoco e i loro termini medi acqua e aria): la disposizione della figura consente di comprendere le proprietà, le loro variazioni, e di visualizzarle immediatamente. Sono testimoni dello scolio: M, Patmos Eileton A e, per il codice Chisianus, la sola mano seconda (H2, non molto lontana nel tempo da H1):65

στοιχεῖα δυνάµεις τρισσαί

πῦρ λεπτοµέρεια ὀξύτης εὐκινησία

ἀήρ λεπτοµέρεια ἀµβλύτης εὐκινησία

ὕδωρ παχυµέρεια ἀµβλύτης εὐκινησία

γῆ παχυµέρεια ἀµβλύτης ἀκινησία

Il rotolo di Patmos è pertanto testimone fedele, nel secolo XI, della esegesi a Proclo della seconda famiglia, e consente di rilevare la presenza di tale esegesi antica, di prima mano, in epoca assai anteriore al codice Marc. gr. 195, che appartiene al XIV secolo.66

2.2.3 Il rotolo di Patmos e l’impiego del commento

La qualità della esegesi a Proclo che il copista del rotolo di Patmos trovava nei suoi esemplari lo ha indotto a portare tale esegesi sullo stesso piano del testo procliano. In effetti gli scoli in schemata della seconda famiglia che il rotolo trascrive (talora comuni soltanto ad M) rappresentano una esegesi estremamente preziosa per la comprensione del commento, nel contesto che il rotolo sembra presupporre. Un contesto non necessariamente privato ma legato piuttosto alla lezione, alla conferenza pubblica di esegesi del dialogo platonico consueta per il Psello professore a Costantinopoli. Il commento di Proclo è stato utilizzato in contesto didattico per esempio da Xanthopoulos al quale scrive Giorgio Oinaiotes. Proclo chiarisce i misteri di Platone. Nel golfo di Proclo Michele Psello approda dopo le sue letture preparatorie.

Se si accolgono le osservazioni relative al materiale antico presente negli scoli (Whittaker) e gli indizi che associano la seconda famiglia alla ‘collezione filosofica’, tenendo conto della relazione di alcuni dei testimoni della ‘collezione’ con Alessandria (il Platone Par. gr. 1807 e gli esemplari Procliani che ad Alessandria sono stati letti e per Alessandria possono essere transitati; un rapporto con Alessandria è stato suggerito per esempio anche per il Vat. gr. 1594 di Tolomeo della ‘collezione’ e per i suoi marginalia, cfr. Acerbi 2014) si potrebbe far risalire anche la costituzione dell’apparato esegetico agli studi alessandrini, e forse ai libri di Stefano di Bisanzio, traslati a Costantinopoli.67 Anche gli scoli in schemata che si leggono in margine a Galeno, sono stati ricondotti da Beate Gundert con argomenti convincenti (e sulla base in quel caso del confronto documentato con commenti e traduzioni tardoantichi) all’Alessandria della tarda antichità.68

Senza dubbio sia la testimonianza del Neap. III D 28 sia la testimonianza del Patm. Eileton 897 riconducono al fondo tradizionale della seconda famiglia (unita peraltro in un sicuro anello congiuntivo, individuato già da Diehl, e vedi anche supra Quadro I) alcuni scoli significativi del Marc. gr. 195, in particolare gli stessi scoli in schemata del codice Marciano, assai utili in contesto di studio e didattico, e forse nati in tale medesimo contesto.

Conclusioni

Il Coisl. 322 e il Marc. 195 sono portatori di un apparato scoliastico opera della mano principale del manoscritto ma assai stratificato: è possibile in questo senso per il Marc. gr. 195 il confronto con il rotolo Patmiaco e con il codice III D 28 della Biblioteca Nazionale di Napoli. Accanto ai codici il manufatto patmiaco appare un unicum nella produzione libraria bizantina, e si spiega con il significato del Timeo e con il ruolo del commento di Proclo a chiarirne la lettura, ruolo ampliamente riconosciuto da Michele Psello negli stessi anni e al quale farà riferimento un lettore per noi assai più oscuro come Giorgio Oinaiotes. L’impiego del rotolo può avere in questo senso anche una spiegazione sul piano didattico. Impegnandosi nella trascrizione di lemmi, commento, scoli al commento, l’Anonimo patmiaco costruisce un esemplare in sé completo, ponendo sullo stesso piano l’esegesi a Platone e l’esegesi a Proclo, funzionali alla comprensione del Timeo e del suo illustre esegeta. Una riconsiderazione dei vettori materiali può gettare infine luce sulla esegesi al commento e sulla sua tradizione: una tradizione bipartita che, per quanto non lo si sia ancora perfettamente dimostrato, potrebbe essere ricondotta da un lato all’Alessandria della ‘collezione filosofica’, dall’altro a Simplicio lettore di Proclo. Più solida appare ora di fatto, grazie allo studio di vettori materiali inesplorati come il rotolo di Patmos e in parte, per gli scoli, il Neap. III D 28, la ricostruzione dell’esegesi a Proclo della seconda famiglia e delle sue basi indipendenti.

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1

Su Proclo commentatore e le modalità del commento cfr. soprattutto Lamberz 1987. Su Proclo e la sua discussione delle varianti cfr. anche Carlini 1972; Tulli 2012, con ulteriore bibliografia.

2

Per un quadro complessivo dei lemmi cfr. ora Menchelli 2017.

3

Per l’allievo Marino e la sua opera dedicata a Proclo cfr. soprattutto Saffrey, Segonds e Luna 2001.

4

Cfr. Hoffmann 2012; prima del commento al Timeo Proclo aveva scritto un trattato polemico contro Aristotele a difesa del dialogo, ricostruibile in parte dalle estese citazioni di Giovanni Filopono nel trattato De aeternitate mundi contra Proclum, per le quali cfr. Steel 2005.

5

Sul rotolo di Patmos cfr. in primo luogo Benakis 1987; per i contenuti e la struttura cfr. in particolare Menchelli 2016; Menchelli 2017; sul Par. Suppl. gr. 921 cfr. soprattutto Perria 1991; Cavallo 2005; Mondrain 2008; Ronconi 2012; Ronconi 2013; Marcotte 2014; Cavallo 2017. Per l’organizzazione degli scoli nel rotolo patmiaco, con fenestrae deputate ad accoglierli, è possibile rimandare all’organizzazione della massa testuale nella trasmissione dei testi matematici, sui quali cfr. di recente Acerbi 2012.

6

Per la relazione tra i due codici nel primo libro del commento cfr. infra. Sul manoscritto del fondo Chigi della Biblioteca Apostolica Vaticana cfr. soprattutto Canart, Di Zio, Polistena e Scialanga 1993; Megna 2003; Menchelli 2015. Sul Neap. III D 28 cfr. Turyn 1972; Bianconi 2005, e sul suo copista Giovanni Catrario cfr. di recente Bianconi 2006.

7

Cfr. Diehl 1903–1906. Sugli scoli a Platone cfr. di recente le posizioni, non univoche, di Cufalo 2007; Luzzatto 2010; Montana 2011, con bibliografia. Mi permetto di rimandare altresì a Menchelli 2017.

8

Platone e il Proclo esegeta del Timeo sono trascritti dalla medesima mano, secondo quanto accade anche per i superstiti trattati di Proclo sulla Repubblica conservati nel Laur. 80.9 + Vat. gr. 2197, sui quali cfr. ora Cavallo 2017, con ampia bibliografia.

9

Cfr. soprattutto O’Meara 2014; Mariev 2017.

10

Sulle due brevi opere e sulla loro relazione con il rotolo di Patmos mi propongo di tornare in un prossimo contributo.

11

Cfr. in proposito Bianconi 2010.

12

Su Eustrazio cfr. soprattutto Trizio 2016. Di grande interesse sono anche le citazioni dal commento di Proclo all’Alcibiade I, ora superstite per tradizione diretta soltanto in esemplari posteriori a Psello, riconducibili al manoscritto di Napoli BN III.E.17 di Giorgio Pachimere, sul quale cfr. Golitsis 2008; Golitsis 2010. Se la vicenda di Italo può avere influito sulla mancata ricezione della lezione di Psello, come si registra per esempio dai commenti a Gregorio di Nazianzo di Niceta diacono, sui quali cfr. di recente Maltese 2007, gli studi di Psello si riverberano nella produzione di Eustrazio.

13

Cfr. ancora Trizio 2016 per il quadro degli studi procliani dell’età Comnena.

14

Su Gregorio di Cipro e il commento procliano cfr. anche Menchelli 2010; su Pachimere cfr. di recente ancora Golitzis 2010; su Gregora lettore del Timeo cfr. in particolare Pérez Martín 2004.

15

Su Giorgio Oinaiotes e il commento cfr. Menchelli 2013.

16

Su Proclo a Bisanzio cfr. ancora O’Meara 2014; Trizio 2016; Mariev 2017; più in generale la lettura del testo perdura dai filologi bizantini fino a Marsilio Ficino: gli esemplari del commento procliano al Timeo platonico letti da Marsilio Ficino sono stati individuati nel codice di Firenze, Biblioteca Riccardiana, Ricc. 24 (Gentile 1984) e nel codice di Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Chigi R VIII 58 (Megna 2003). Per la associazione materiale tra il testo del dialogo e il commento, frutto delle stesse mani, cfr. anche Menchelli 2014.

17

Accanto ai codici il manufatto patmiaco appare un unicum nella produzione libraria bizantina, e si spiega con il significato del Timeo e con il ruolo del commento di Proclo a chiarirne la lettura.

18

La retrodatazione dello stesso manoscritto del fondo Chigi, R VIII 58, che si avvicina nel tempo al rotolo di Patmos, impone altresì nuovi studi sulla tradizione, arricchendone il quadro anche per lo studio dei marginalia. Negli anni a venire, per esempio, lo stesso Giorgio Oinaiotes rimanderà, come si è osservato, a lezioni volte alla comprensione del Timeo con l’aiuto dell’esegesi procliana. Gli stessi manufatti sono altresì stratificati e arricchiti in più tempi di annotazioni marginali, cfr. infra.

19

All’interno dei cinque libri conservati la distribuzione del materiale commentato è inoltre diseguale: il primo libro esaurisce la trattazione del Timeo che riprende la Repubblica, e trasmette i lemmi dalle prime quattordici pagine del Timeo (edizione Rivaud) con relativo commento (24 lemmi sono scorciati in tutta la tradizione), mentre nell’affrontare i temi successivie fondamentali del dialogo, in particolare corpo del mondo e anima del mondo, i libri IIV di Proclo commentano ciascuno circa 5/6 pagine del dialogo platonico, dunque porzioni di testo più ridotte rispetto alle quattordici pagine commentate nel primo libro. Il primo libro del commento è inteso d’altro canto da Proclo come proemiale rispetto alla trattazione successiva, e questo spiegherebbe anche il diverso trattamento dei lemmi (sui quali cfr. ora Menchelli 2017).

20

Cfr. Festugière 1966. Peraltro un argumentum ex silentio sarebbe costituito dal fatto che dalle fonti non vi è notizia di un commento limitato (ma è attestato per Proclo anche il commento circoscritto a una sola sezione di un’opera, per esempio nel caso del commento al mito di Er della Repubblica).

21

Cfr. Menchelli 2014. Sul Vat. gr. 225–226 e altri codici del medesimo copista cfr. soprattutto De Gregorio e Prato 2003.

22

Diehl 1903–1906. Diehl registra sia gli errori da maiuscola, sia gli errori da minuscola del Coislinianus ma soltanto i primi sono significativi per la datazione dell’archetipo e ci riportano per i libri I e II a un archetipo in maiuscola, proprio per la presenza di errori da maiuscola in C. Cfr. anche Menchelli 2015. Cfr. invece Diehl 1903–1906, p. XLIX (archetypus uncialis – remoto – e archetypus minusculus al quale risalgono tutti i codici). Una prima conseguenza significativa della nuova analisi dei dati della trasmissione del testo è pertanto l’esclusione dell’archetipo in minuscola ricostruito da Diehl come a capo della tradizione. Un corollario significativo si accompagna inoltre alla nuova interpretazione dello stemma codicum. Se per i libri IV e V brevi lacerti del commento procliano sono stati individuati nel Par. Suppl. gr. 921 della ‘collezione filosofica’ ed era stata suggerita su questa base la possibilità che la tradizione superstite del commento di Proclo al Timeo risalga tutta al codice della ‘collezione’, l’ipotesi risulta impossibile in presenza del Coisl. 322 perché il ramo tradizionale di C è appunto frutto di traslitterazione indipendente dalla maiuscola. John Whittaker, in un prezioso contributo del 1991, si chiede infatti se tutta la tradizione superstite di Proclo risalga al manoscritto in gran parte perduto della ‘collezione’, alla quale ricondurrebbero anche gli scolii a Proclo secondo una nuova osservazione dello studioso, ma la presenza di errori da maiuscola induce appunto a postulare un archetipo (ove esistito) tardoantico e non medievale (ovvero, in quest’ultimo caso, corrispondente al codice della ‘collezione’, di IX secolo): sulla questione cfr. Whittaker 1991; Menchelli 2015.

23

Cfr. Diehl 1903–1906.

24

Diehl 1899.

25

Le ragioni di queste posizioni di Diehl sono legate alla costatazione da parte dell’editore di un grado di corruttela progressiva all’interno della seconda famiglia: il codice Marc. gr. 195 si presenterebbe come il più affidabile del gruppo, trascrizione da un esemplare antico, con ogni probabilità in minuscola di IX secolo; di seguito accanto al Marciano 195 deve figurare il codice P, Par. gr. 1840, mentre più corrotto apparirebbe il codice N, Neap. III D 28, e soprattutto ancora più corrotti sarebbero secondo Diehl gli esemplari esaminati dall’editore per la cosiddetta ‘vulgata’, sfigurati da errori.

26

Harlfinger 1974.

27

Se stabili restano d’altro canto i dati paleografici e la posizione stemmatica del Marc. gr. 195, del secolo XIV, terzo quarto, del Par. gr. 1840, attribuito a Demetrio Mosco, del codice di Napoli III D 28, sottoscritto e datato da Giovanni Catrario, tutti appartenenti alla seconda famiglia, lo stesso codice che apre l’edizione Diehl e la sua discussione sui manoscritti, il Paris BNF Coisl. 322, solo testimone indipendente della prima famiglia, deve essere datato, come si è detto, alla prima età paleologa.

28

Se è indubbio che il Marc. gr. 194 anche dove indipendente, nelle prima 130 pagine del I volume Diehl, è sfigurato da errori e omissioni significative (per esempio viene omesso un lungo brano di commento relativo al primo lemma), la sua datazione lo rende uno degli esemplari più antichi del commento: non c’è dunque più ragione di privarsi dei testimoni della cosiddetta ‘vulgata’. Sul Chigi R VIII 58 e la sua relazione con il Marc. gr. 194 cfr. già Menchelli 2015. Non mi era stato possibile considerare allora il Neap. III D 28.

29

Cfr. Menchelli 2016.

30

Come ha osservato l’editore principe possibili errori da maiuscola all’interno della numerosa seconda famiglia sono invece del tutto dubbi.

31

Per i termini tecnici dell’editoria antica e tardoantica cfr. in particolare Dorandi 2007.

32

Il trattatello di Timeo di Locri non è presente nel Marc. gr. 194. Gregorio di Cipro possedeva un altro esemplare dello stesso trattato e potrebbe avere trascurato di copiarlo insieme al commento di Proclo.

33

Poiché a ciascuna pagina della edizione Diehl corriponde un foglio recto/verso del codice Coisliniano, la lacuna ha interessato i quattro fascicoli iniziali corrispondenti a 32 pagine della edizione Diehl: il contenuto originario del codice prevedeva dunque soltanto la copia del commento di Proclo. L’omissione del trattato è innovazione della prima famiglia.

34

Cfr. Diehl 1903–1906; Menchelli 2017; come osservato da Festugière 1966, non è possibile, in particolare relativamente ai 24 lemmi concordemente abbreviati nella tradizione, comprendere la ratio (procliana) della abbreviazione di tali lemmi rispetto ad altri. Il Coislinianus reca una modalità di intervento assai più drastica nell’abbreviare i lemmi, in estensione e numero (cfr. Menchelli 2017, per i prospetti), ma pur con il testo abbreviato conserva talvolta buone lezioni che nella tradizione integra dei lemmi si sono perdute per corruttela e/o innovazione, cfr. infra.

35

Cfr. anche Menchelli 2017. La pratica editoriale è stata posta in relazione per esempio con gli interventi abbreviativi che si registrano nel Vat. Urb. gr. 111 di Isocrate (Pinto 2003) per le autocitazioni d’autore, interventi riferibili alla tarda antichità.

36

Anche per questo aspetto il confronto con il Vat. Urb. gr. 111 di Isocrate (Pinto 2003) per le autocitazioni d’autore è del tutto pertinente: pur con il testo scorciato il codice Urbinate conserva talora, nelle brevi sezioni conservate, la buona lezione.

37

Sul Par. gr. 1807 rimando ora a Cavallo 2017, con ampia bibliografia e discussione.

38

Cfr. la discussione in Jonkers 1989 (ora Jonkers 2017, edito con approfondimenti).

39

Sull’Anonimo gamma cfr. Menchelli 2007; su Meligalas cfr. di recente Mondrain 2007; Gastgeber 2009. Il codice F è poi appartenuto a Francesco Barbaro.

40

Cfr. Jonkers 1989, p. 100, sulla relazione della fonte g con il Tubingensis UB Mb 14, C (“I prefer to take C as a gemellus of g”). Sul Tubingensis e la sua fortuna umanistica cfr. ora Manfrin 2014; Berti 2015. La preformazione della fonte g, postulata da Jonkers sulla base dell’accordo dei tre codici di età paleologa, risulta confermata dallo studio delle citazioni del Timeo di Michele Psello.

41

Per la mano di Planude nel manoscritto cfr. già Turyn 1972, vol. I, p. 214. Per l’analisi della grafia di Planude cfr. Formentin 1982. Il Vind. Phil. gr. 21 è un esemplare pergamenaceo di mm 320/5 × 230/8, descritto nel catalogo, cfr. Hunger 1961. Su Moscopulo e il manoscritto cfr. Gamillscheg 1984; D’Acunto 1995; Markesinis 2004. Su Niceforo Moscopulo cfr. anche RGK III 492 = II 417 = I 303. Sulla mano di Giovanni nel codice cfr. Gamillscheg 1984, p. 96 e n. 7 e p. 97. Per la sua mano cfr. anche RGK III 328 = II 271, e sulla sua produzione cfr. soprattutto Pérez Martín 1997, che dedica alcune osservazioni anche alla mano Xb, presente nello stesso Y, per la quale propone, seppure dubitativamente, l’identificazione con Leone Bardale; Mondrain 2007. Sul copista B del Vind. Phil. gr. 21 cfr. Menchelli 2014.

42

Cfr. Festugière 1966.

43

Cfr. Tarrant 2007.

44

Non più considerato da Diehl una volta che appare la sezione conservata del Coisl. 322.

45

Nell’esempio prodotto è possibile osservare anche come il Marc. gr. 194 sia in accordo con la seconda famiglia della tradizione di Proclo sia in buona lezione (καὶ φύσει M P G), sia in lezione inferiore (ἐχθρῶν C : ἀνθρώπων M P G).

46

Per esempio lezioni inferiori sono proprie della fonte g della tradizione platonica [che trova qui espressione in Y oltre che nel Par. gr. 2998, fonte di W(2)], e in un caso dello stesso F, forse per conflazione di varianti (ἅτε καὶ φύσει F). Plat., Tim. 17 d 2–18 a 3: d 4 ἢ om. WY ἔνδοθεν : ἔνδον WY 18 a1 καὶ φύσει A 1812 Pr. Stob. : ἅτε φύσει W Y : ἅτε καὶ φύσει F.

47

Per la formula con cui il lemma viene scorciato cfr. Menchelli 2017.

48

Può apparire interessante notare anche la tipologia della corruttela, che è banalizzante, introducendo un’innovazione non palesemente errata.

49

Analogamente una lezione superiore di C è stata difesa da Festugière in rapporto al resto della tradizione per un nuovo lemma del commento (a p. 184 Diehl: Festugière 1966, p. 240 nota 5): “Preuve, non pas d’une correction arbitraire de C, mais […] du fait que M et N dérivent d’autres archétypes que C […]”, con rimando a Diehl.

50

La linea tradizionale della cosiddetta ‘vulgata’ si presenta dunque sfigurata da errori in seguito agli interventi subiti dal Chisianus, in particolare ad opera di una mano vicina nel tempo al copista, Chis2 (=H2), interventi recepiti dal codice di Gregorio di Cipro Marc. gr. 194, cfr. anche Menchelli 2015, ma del tutto assenti da Chis.ac (=Hac), sovente portatore sia delle buone lezioni comuni alla seconda famiglia sia delle sue innovazioni.

51

Per il primo libro, a partire da I.130.24 occorre considerare allora nell’apparato critico il Coisl. 322 per la prima famiglia e i manoscritti Chis. R VIII 58 e Neap. III D 28, strettamente legati, accanto al Marc. gr. 195, e al Par. gr. 1840, per la seconda famiglia. L’esistenza di un anello congiuntivo che unisce N e H è interessante anche per lo studio degli scoli.

52

Cfr. Diehl 1903–1906; Menchelli 2015.

53

L’apparato scoliastico del quale è portatore il codice Marc. gr. 195, e più in generale l’apparato scoliastico della seconda famiglia, con scoli del tutto esenti da polemica cristiana, sono del tutto distinti da quelli di natura antiprocliana fondata su Aristotele con elementi di difesa del cristianesimo presente su C. M conserva infatti un notevole numero di scoli, spesso organizzati in schemata. Essi sono presenti in numero contenuto in N: questo codice per i primi due libri dei quali è portatore di scoli conferma per queste caratteristiche la loro appartenenza al fondo della tradizione (scolio a f. 8v del Neapolitanus). Una tipologia di scoli dei quali M è assai ricco è introdotta da ὅτι. M (libro I): scoli marginali di M ad p. 8 (non registrati da Diehl) ὅτι ἡ φύσις οὔτε θεός ἐστιν οὔτε ἔξω τῆς θείας ἰδιότητος, ‘Che la natura né è Dio né è al di fuori della proprietà divina’. Anche questi scoli del codice M non sono isolati, ma compaiono in parte nel Chisianus, anteriore ad M di due secoli, e sono scritti dalla mano principale del manoscritto. Alla sostanziale unità della seconda famiglia nei primi due libri, evidenziata dall’analisi delle varianti del testo, corrisponde per i marginalia una situazione complessa. Per spiegarla si aprono almeno due ipotesi: a) un ricco modello della seconda famiglia scoliato diffusamente, del quale M sarebbe copia fedele di contro alle copie N e Chisianus che avrebbero trascelto soltanto alcuni marginalia; b) un antigrafo della seconda famiglia portatore soltanto di alcuni scoli accresciutisi in quantità nel tempo, di cui M sarebbe il portatore. Più complessa l’analisi della linea tradizionale della ‘vulgata’, che ha sicuri punti di contatto con il Marc. gr. 195: per esempio il Marc. gr. 194, il codice superstite più antico per le prime 130 pagine Diehl, ha in comune col Marc. gr. 195 l’indicazione dell’inizio della esegesi al Timeo (ἐντεύθεν κτλ.). Alcune annotazioni del Marc. gr. 194 sono tuttavia di seconda mano e riconducibili presumibilmente a Bessarione (che potrebbe avere utilizzato il Marc. gr. 195 per integrare le note del Marc. gr. 194); al tempo stesso si registrano note che i due codici non hanno in comune. Anche nel Chisianus occorre distinguere una stratigrafia di annotazioni con interventi di mano recenziore.

54

Gli scholia organizzati sovente in schemata e figure, stampati da Diehl soprattutto sulla base del Marc. gr. 195, sono propri soprattutto della seconda famiglia, e appaiono ora nel suo rappresentante più antico, il rotolo di Patmos.

55

Il Marc. gr. 195, copia di un antico esemplare in minuscola antica, e portatore di scoli organizzati in schemata come sovente quelli della ‘collezione filosofica’, è un possibile riferimento per il codice della collezione. Il Par. gr. 1840 non contribuisce in questo senso perché Demetrio Mosco copia sfruttando quasi tutto lo spazio scrittorio e trascura gli scoli.

56

Cfr. Saffrey e Westerink 1968, p. CLII. Sugli scoli del codice Coislinianus cfr. anche Luna e Segonds 2007, pp. CCLIVCCLV. La nuova datazione del Coisl. 322 all’età dei Paleologi riapre alcune questioni, tra esse la stratigrafia degli scoli; sul Coisl. 322 cfr. di recente anche Van Riel 2016, in particolare p. 216 per gli scoli (con l’importante osservazione di un errore da maiuscola in uno degli scoli comuni a tutta la tradizione del commento).

57

Ma questo suggerirebbe che l’apparato di C non contenga materiale antico, mentre erano state avanzate osservazioni in questo senso.

58

Se per In Tim. p. 146.12 ss. le due famiglie hanno diversa annotazione marginale al medesimo passo, le note comuni registrate da Diehl sono esigue e relative in particolare al libro I: si tratta di due scoli in schemata a In Tim. p. 147 s. e ad In Tim. p. 148.21 ss., una annotazione marginale a In Tim. p. 166.15, il già citato scolio con il distico di Simplicio a In Tim. p. 175.1 s.; per il libro II Diehl registra uno scolio CM, dunque comune alle due famiglie, ad In Tim. p. 213.22 (nella forma introdotta da ὅτι, scoli che ricorrono sovente sia in M sia nel Chisianus), uno scolio in schemata ad In Tim. p. 233.1 ss., e una annotazione marginale a In Tim. p. 243.27 ss. Vale la pena notare come una nota marginale ad In Tim. p. 233.18 ss. che Diehl registra come del codice C (con la formula ὅτι), non segnalata nella seconda famiglia, compaia di prima mano nel Chisianus; ciò conferma che la ricerca sugli scoli si avvantaggia dello studio di vettori tradizionali ancora inesplorati.

59

In effetti lo stesso Coislinianus presenta uno scolio relativo alla famiglia di Platone per il quale potrebbe avere attinto alla tradizione platonica: componenti diverse avrebbero potuto concorrere alla formazione del suo corpus scoliastico.

60

Cfr. Menchelli 2017.

61

Su questo cfr. soprattutto Ferrari 2005.

62

N ha appunto pochissimi scoli, forse perché è stato pesantemente rifilato: restano soltanto alcuni scoli nel margine inferiore, o rari resti a margine; il codice tuttavia è di grande importanza proprio perché attesta materialmente l’appartenenza di almeno alcuni scoli di M al capostipite della seconda famiglia, che altrove, di seguito a John Whittaker, si è proposto di identificare con il codice della ‘collezione filosofica’.

63

La testimonianza di N è assai preziosa, considerato che i legami tra questo codice e il Chisianus R VIII 58 sono ancora da investigare anche per gli scoli (il Chisianus, al contrario di N, è ricco di annotazioni di diverse mani).

64

Se come sosteneva Diehl da una fonte comune derivano il Marc. gr. 195, il Par. gr. 1840, il Neap. III D 28 e la vulgata recensio con testimoni che mostrano uno stato di corruttela progressivo, dal testo ‘di qualità’ del Marc. gr. 195 e di seguito del Par. gr. 1840 all’inferiore codice N e alla più corrotta vulgata, nell’insieme questa stessa famiglia resterebbe deprivata nel Neapolitanus di uno dei suoi testimoni più antichi proprio con il passaggio dal II al III libro.

65

Il Chisianus è stato ampiamente rimaneggiato (e si può sostenere un influsso della scuola di Psello attraverso i suoi epigoni: resta da valutare l’affermazione di Diehl secondo la quale Psello legge un esemplare di Proclo affine al Marc. gr. 195 e un esemplare vicino alla ‘vulgata’; la linea tradizionale della vulgata potrebbe formarsi con il Chisianus stesso e non prima). Anche il Marc. gr. 194 è stato annotato a più riprese.

66

Alla luce della testimonianza del rotolo patmiaco i marginalia altrimenti attestati nella seconda famiglia, nel codice Chigi e nel Marc. gr. 195, richiedono nuovi studi.

67

Un ulteriore tassello nella relazione tra la seconda famiglia e la ‘collezione filosofica’ (per la quale cfr. Menchelli 2017) potrebbe essere rappresentato dalla traduzione di Guglielmo di Moerbeke di parte del II libro del commento, che presenta un testo talora in accordo con la seconda famiglia, talora superiore (con C?), forse utilizzando un testimone della seconda famiglia superiore ai codici che di essa si conservano (ma il problema richiede ulteriori indagini); Guglielmo notoriamente ebbe accesso a più codici della ‘collezione filosofica’, cfr. ora anche Cavallo 2017, con ampia bibliografia.

68

Gundert 1998.

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