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Elio Aristide nella scuola tardoantica: commentari e trattati di retorica

In: AION (filol.) Annali dell'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
Author:
Lorenzo Miletti Università degli Studi di Napoli Federico II

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Abstract

The article offers an overview of the testimonies about Aelius Aristides’ reception in the didactic context of the late antique schools of rhetoric. After analysing the major issues relating Aristides’ presence in the rhetorical treatises (Hermogenes, Menander rhetor, the ps.-Aristidean ars), the paper focuses in particular on the (lost) commentaries to his mostly widespread works, namely the Panathenaic and the Platonic orations. From the scholia to these speeches it is possible to obtain some information about how these commentaries were, though the annotations which can be attributed with certainty to specific commentators (Metrophanes, Menander, Athanasius, Sopater, and Zosimus) are scarce. In a last section of the paper, some encomia featuring in Libanius’ epistle 1262 and Synesius’ Dio are discussed as far as they resonate with some remarks on Aristides’ style found in scholia, prolegomena, and in rhetorical treatises.

Abstract

The article offers an overview of the testimonies about Aelius Aristides’ reception in the didactic context of the late antique schools of rhetoric. After analysing the major issues relating Aristides’ presence in the rhetorical treatises (Hermogenes, Menander rhetor, the ps.-Aristidean ars), the paper focuses in particular on the (lost) commentaries to his mostly widespread works, namely the Panathenaic and the Platonic orations. From the scholia to these speeches it is possible to obtain some information about how these commentaries were, though the annotations which can be attributed with certainty to specific commentators (Metrophanes, Menander, Athanasius, Sopater, and Zosimus) are scarce. In a last section of the paper, some encomia featuring in Libanius’ epistle 1262 and Synesius’ Dio are discussed as far as they resonate with some remarks on Aristides’ style found in scholia, prolegomena, and in rhetorical treatises.

Questo studio è dedicato alla ricezione in ambito scolastico del retore greco di II secolo d.C. Elio Aristide,1 e in particolare all’attività di studio, commento ed esegesi dei suoi testi nelle scuole di retorica in età tardoantica.

Il caso di Aristide risulta di notevole interesse, in quanto la sopravvivenza stessa di numerose tra le sue orazioni – ne possediamo più di una cinquantina2 – è dovuta principalmente al fatto che egli si impose come modello di studio, come esempio da imitare accanto ai grandi nomi degli oratori dell’Atene classica. Il fatto che numerose sue opere si siano salvate – in un corpus peraltro piuttosto compatto, con poche infiltrazioni di elementi spuri3 – risulta di grande importanza soprattutto a fronte del naufragio totale o quasi totale delle opere di molti altri esponenti della Seconda Sofistica, celeberrimi all’epoca ma oggi noti pressoché nomine tantum.

Non c’è dubbio che l’opera di Aristide venisse letta e studiata già a partire da anni di poco successivi alla morte dell’autore e fino alla tarda età bizantina. Basterà uno sguardo a vari studi recenti per comprendere quanto numerosi siano i testi che citano, menzionano, parafrasano orazioni di Aristide, e con quanta continuità nel tempo.4

Nelle pagine che seguono proveremo a organizzare il materiale che testimonia l’uso di Aristide nell’ambito dell’insegnamento retorico, soffermandoci 1) su alcuni passi tratti dalla manualistica retorica che sono da mettere in relazione con la fortuna quasi immediata di Aristide e con il suo utilizzo didattico; 2) su quelle fonti che testimoniano la presenza di commentari a uso scolastico; e infine 3) su alcuni passi di autori della cosiddetta Terza Sofistica che contribuiscono a chiarire la circolazione delle opere aristidee nella formazione dei giovani retori.

1 La precoce fortuna di Aristide nell’insegnamento retorico

Di grande rilievo, affinché la lettura di Aristide si sedimentasse nelle scuole di retorica, è stato il fatto che il retore venisse menzionato e utilizzato da Ermogene di Tarso nei suoi trattati, e cioè nei testi che costituiranno il nucleo attorno al quale si svilupperà il sapere retorico fino all’età bizantina.5 Ermogene fu all’incirca un contemporaneo di Aristide, benché assai più giovane: egli nacque probabilmente intorno al 160 e fu, come raccontano le fonti, un enfant prodige della retorica, declamando da adolescente davanti all’imperatore Marco Aurelio nel 175;6 la sua biografia si sovrappone dunque, almeno per un breve lasso di tempo, a quella del retore microasiatico, la cui morte è da collocarsi dopo il 180. Tra le opere sicuramente autentiche di Ermogene, ossia il trattato Sugli stati della causa (Περὶ στάσεων)7 e quello Sulle forme del discorso (Περὶ ἰδεῶν λόγου), è nel secondo che si fa più serrato il dialogo con Aristide, la cui opera si stava gradualmente inserendo tra i modelli per la messa in pratica delle teorie sullo stile.8

Il Περὶ ἰδεῶν λόγου è un trattato che potremmo definire d’avanguardia: in esso Ermogene rinnova la tradizionale teoria sugli stili oratori sviluppando e dando articolazione al sistema delle forme, le ἰδέαι, che vengono discusse e corredate di esempi tratti dai grandi modelli della letteratura attica.9 In quest’opera solo due autori contemporanei sono indicati come modelli di stile: l’uno è Nicostrato, elogiato per la sua vicinanza stilistica a Senofonte,10 l’altro è Elio Aristide. Quest’ultimo viene citato esplicitamente due volte.11 Una prima volta, a proposito dell’ἰδέα della σεµνότης, ossia della ‘solennità’, Ermogene elogia una declamazione perduta di Aristide, il Contro Callisseno,12 per come vi è descritta la tempesta che seguì lo scontro alle Arginuse e che impedì agli Ateniesi il recupero dei naufraghi:

Εἰ µέντοι κατὰ ἔκφρασιν αὐτῶν τῶν γενοµένων λέγοι τις αὐτά, ἀλλὰ µὴ τὰς αἰτίας ζητῶν, καθ’ἃς γίνεται, πολιτικὸν ὁµοῦ καὶ σεµνὸν ποιεῖ τὸν λόγον, ὡς ὁ Ἀριστείδης ἀντιλέγων τῷ Καλλιξένῳ συµβουλεύοντι µὴ θάπτειν τοὺς δέκα στρατηγούς, ἐπειδὴ ἀνῃρέθησαν µιᾷ ψήφῳ· χειµῶνος γὰρ ἔκφρασιν πεποίηται εἰς ἀπολογίαν τὴν ὑπὲρ αὐτῶν, οἷον «σκηπτὸς ἦν, ὦ Καλλίξενε, σκηπτὸς ὁ ταῦτα κωλύσας οὔτε λόγῳ ῥητὸς οὔτε ἔργῳ φορητός· ἄρτι µὲν γὰρ συνιούσης τῆς ναυµαχίας ὤδινεν ἡ θάλασσα καὶ κατέβαινεν Ἑλλησποντίας λαµπρός» καὶ τὰ ἑξῆς.13

‘Se poi il discorso lo si costruisce attraverso una descrizione dei fatti stessi, ma senza ricercarne i fattori che ne sono la causa, allora si avrà un discorso politico e solenne a un tempo, come infatti fa Aristide, il quale nella risposta a Callisseno che proponeva di non seppellire i dieci strateghi, dopo che erano stati condannati per un solo voto, ha inserito in loro difesa una descrizione della tempesta nel modo seguente: “Una tempesta, Callisseno, una tempesta lo ha impedito, impossibile da descrivere con le parole e da evitare nei fatti. Appena infatti si fu acceso lo scontro, il mare fu rigonfio, e impetuoso scese il vento dell’Ellesponto” ecc.’

A dire di Ermogene, dunque, Aristide è risultato particolarmente efficace nell’ottenere l’effetto della solennità attraverso la descrizione (κατὰ ἔκφρασιν); lo stile risulta in effetti maestoso, caratterizzato com’è dall’evidente anafora (σκηπτὸς … σκηπτὸς), dal parallelo οὔτε λόγῳ ῥητὸς οὔτε ἔργῳ φορητός, e infine (e soprattutto) dalla rappresentazione delle forze della natura, con l’immagine del mare minaccioso e dello sferzante vento dell’Ellesponto. La declamazione aristidea Contro Callisseno dovette riscuotere un certo successo, in quanto risulta menzionata da Filostrato nel profilo biografico su Aristide,14 ed è menzionata anche negli scholia di Siriano al Περὶ στάσεων di Ermogene;15 già alla fine della tarda antichità, tuttavia, il testo dovette smettere di circolare nella sua integrità, mentre singoli passi come questo appena citato continuarono ad avere una certa fortuna, proprio grazie alla mediazione di Ermogene: si trovano infatti riferimenti a queste poche righe riportate nel Περὶ ἰδεῶν fino alla tarda età bizantina, ad esempio nel commentario di Eustazio a Omero.16

La seconda citazione aristidea che figura nel trattato di Ermogene è anch’essa di notevole interesse. Parlando delle caratteristiche dell’ἰδέα della ‘sincerità’ (ἀλήθεια), Ermogene confronta l’incipit del De corona di Demostene con un passo del primo dei Discorsi siciliani di Aristide:

αὐτίκα τὸ «πρῶτον µέν, ὦ Ἀθηναῖοι, τοῖς θεοῖς εὔχοµαι πᾶσι καὶ πάσαις» εὐχή τίς ἐστι δήπουθεν, ἀλλά τι παραπλήσιον ἔχει τῷ «ἀλλὰ γὰρ ἐνταῦθα τῶν φόβων εἴηµεν» ἐν Σικελικοῖς ὑπὸ Ἀριστείδου εἰρηµένῳ· λέγω δὲ οὐχ ὡς τούτου βελτίονος ὄντος, ὧν ὁ Δηµοσθένης εἶπε – µαινοίµην γὰρ ἄν, εἰ τοῦτο λέγοιµι –, ἀλλ’ ὅτι τοῦτο ἐκείνου ἀληθινώτερόν ἐστιν· οὐ γὰρ ἀπῄτει τὸν Δηµοσθένην ὁ καιρὸς εὐθὺς κατ’ ἀρχὰς ἀληθινόν πως ἀλλ’ ὅλως ἠθικόν πως τὸν λόγον παρασχέσθαι.17

‘Ad esempio l’espressione “Per prima cosa, Ateniesi, prego gli dei tutti e le dee tutte” (Dem. Cor. 1) è senz’altro una preghiera, ma quasi si avvicina all’espressione usata da Aristide nei Siciliani: “Possano essere a un tale punto le nostre paure!” (5.40 Lenz-Behr); non voglio dire che questa è migliore di quanto detto da Demostene – sarei pazzo a sostenere ciò – ma che tuttavia è più sincera: nel caso di Demostene il momento non richiedeva di impostare subito il discorso, fin dal principio, sulla sincerità, ma in generale sul carattere’.

Secondo Ermogene, pertanto, Aristide avrebbe individuato meglio di Demostene il momento appropriato in cui inserire una preghiera nell’orazione per risultare credibile e sincero: questo effetto non era infatti richiesto al principio del De corona, laddove era invece preferibile fare leva sull’ἰδέα dell’ἦθος.18 Ermogene non specifica che in Aristide questa preghiera non figura al principio ma nel bel mezzo del discorso – lo dà evidentemente per acquisito –, piuttosto si affretta a precisare, per prevenire critiche, che quanto scritto da Aristide non è migliore in termini assoluti, sarebbe anzi una follia sostenere ciò (µαινοίµην γὰρ ἄν, εἰ τοῦτο λέγοιµι), ma risulta più rispondente alle esigenze della categoria stilistica della ‘sincerità’. Nello stabilire questo confronto tra il grande oratore ateniese e Aristide, Ermogene asseconda (verosimilmente in modo ben consapevole) una tendenza che ha il suo capofila in Aristide stesso, sempre pronto a emulare il suo amato modello Demostene e spesso a professarsi pari o superiore a lui, e che troverà la sua formulazione più esplicita nella tarda età bizantina con il trattato sui due oratori scritto da Teodoro Metochite.19

Questi due passi ermogeniani hanno grande rilievo per quanto concerne la fortuna di Aristide in ambito scolastico: da un lato, il fatto stesso che Ermogene si sentisse autorizzato a menzionare opere di Aristide in un testo a uso didattico è indice della loro diffusione e notorietà; dall’altro, data la fortuna delle opere di Ermogene nell’insegnamento retorico, queste citazioni contribuirono al consolidarsi delle opere aristidee come testi da studiare nelle scuole. Una conferma del contributo fornito da Ermogene alla fortuna aristidea la si trova nell’abbondante produzione che fiorì attorno al nucleo originario delle opere ermogeniane, sia nella forma di scoli e commenti, sia nella forma di testi che, in virtù della loro struttura e dei loro contenuti, finirono col tempo per ‘infiltrarsi’ nel corpus stesso delle opere del retore di Tarso e per essere considerate autentiche: troviamo infatti citazioni da Aristide sia nei Progymnasmata pseudoermogeniani,20 sia nei cosiddetti scholia21 al Περὶ στάσεων attribuiti a Siriano, Sopatro e Marcellino.22

La circolazione ad uso scolastico di Aristide è dunque un fenomeno precoce.23 La testimonianza di Ermogene trova in tal senso conferma in trattati retorici d’inizio III secolo quali l’ars di Apsine di Gadara, dove Aristide è citato più volte,24 e soprattutto nel testo che maggiormente ci informa sulle pratiche d’insegnamento della retorica epidittica nell’antichità tardiva, e cioè i due trattati – trasmessi insieme, a costituire un solo corpus – che vanno sotto il nome di Menandro retore, ma opera di due autori distinti.25 In essi Aristide ha un altissimo tasso di esemplarità, venendo citato a più riprese su un cospicuo numero di argomenti. Nel secondo trattato (Menandro II) si trovano riferimenti al Panatenaico e agli elogi funebri,26 mentre nel primo (Menandro I) la presenza di Aristide è molto più pervasiva: egli è infatti considerato un modello per le orazioni da rivolgere alle divinità, in quanto maestro indiscusso del genere dei cosiddetti inni in prosa,27 per gli elogi di isole e penisole,28 e soprattutto per gli elogi di città, dove, a fianco al consueto Panatenaico, figurano riferimenti ai discorsi A Roma (or. 26, Εἰς Ῥώµην) e Smirneo (or. 17, Σµυρναικός).29 Con maggiore evidenza rispetto a quanto avviene in Ermogene, in questi due trattati Aristide è citato costantemente al fianco dei mostri sacri dell’oratoria classica.

Ma il caso più eclatante della fortuna di Aristide in ambito didattico è forse la vicenda della τέχνη che è stata trasmessa nei manoscritti come opera ‘di Aristide’ (Ἀριστίδου), e a lungo considerata autentica.30 Nella sua recente edizione Michel Patillon ha provato a ricostruire, sia pure con le congetture del caso, l’intricata vicenda compositiva di questa ars divisa in due libri, il primo sul discorso ‘politico’, Περὶ τοῦ πολιτικοῦ λόγου, e cioè in buona sostanza sull’oratoria, che trova qui il modello principale in Demostene, il secondo sul discorso ‘semplice’, Περὶ τοῦ ἀφελοῦς λόγου, e cioè sui generi ‘altri dall’oratoria’, inclusa storiografia e filosofia, dove Senofonte è indicato come autore di riferimento.31 Quest’ars in realtà si compone di almeno tre trattatelli distinti, opera di autori diversi: primo e secondo libro non sembrano dello stesso autore, mentre la coda del primo dei due libri è a sua volta un testo indipendente e seriore, il quale trae ampio materiale dalle opere di Elio Aristide. Quest’appendice al primo libro inizia infatti con la citazione di due passi distinti tratti dall’orazione aristidea 28 Sull’affermazione in margine (Περὶ τοῦ παραφθέγµατος, capp. 119–120 e 145), e prosegue, poco oltre, citando un breve passo dell’or. 34 Contro i profanatori (Κατὰ τῶν ἐξωρχουµένων, cap. 33); ancora oltre, infine, include un articolato schema desunto dall’orazione 5, e cioè il primo dei Discorsi siciliani (il medesimo citato da Ermogene), una sorta di scaletta a cui lo studente deve attenersi per produrre un discorso analogo a quello di Aristide e su di esso costruito.32 È dunque probabile che quando la paternità di questi passi inglobati nel trattatello fu identificata e segnalata, allora il nome di Aristide si estese a tutto il piccolo corpus. Quando sia avvenuto questo processo non è noto, ma esso è già del tutto compiuto nel X secolo, epoca alla quale risale il ms. principale che conserva il testo, il Par. gr. 1741, che già attribuisce l’intera ars ad Aristide.

Per brevità ci soffermeremo solo sul primo dei passi aristidei citati nell’ars, tratto, come anche il secondo, dall’orazione 28 Περὶ τοῦ παραφθέγµατος, perché in esso si affronta il tema delle ἰδέαι retoriche che abbiamo già menzionato a proposito di Ermogene. Nell’or. 28 Aristide si difende da un anonimo contestatore che lo aveva accusato di aver elogiato se stesso durante una precedente declamazione, anzi di aver addirittura interrotto la recitazione per soffermarsi a parlare della qualità del proprio stesso discorso.33 Nei capitoli 119–121 di questa orazione, Aristide si sofferma a spiegare come talvolta sia necessario interrompersi per far capire ai più, ossia a tutti coloro che non posseggono profonde competenze di retorica, quali siano le cause della bellezza di un’orazione, illustrando come si ottengano determinati effetti di stile miscelando le ἰδέαι.34 Riportiamo di seguito il passo dell’orazione 28 così come figura nel trattato pseudoaristideo:

141. Καὶ ἄλλαι δέ εἰσι περὶ λόγους ὡσαύτως δὲ καὶ περὶ ποίησιν ἰδέαι, καὶ πόρρω καὶ ἐγγὺς ἀλλήλων, ἃς ἅµα µὲν πάσας λαβεῖν οὐ ῥᾴδιον, µέρος δὲ ἕκαστος ἀποτεµνόµενος κατὰ τοῦτο ηὐδοκίµησεν, Ὅµηρον δὲ ποιητὴν ἐξαιρῶ λόγου. 142. Ὅταν οὖν τις ἀγώνισµα ποιήσηται διὰ πάντων τῶν καλῶν τούτων διεξελθεῖν καὶ πάσας µίξεις µῖξαι περὶ τοὺς λόγους, πρῶτον µὲν χρὴ τὰ ἤθη πρέποντα τοῖς καιροῖς ἀποδοῦναι, ἔπειτα τὰς συζυγίας, οὗ µὲν ἀκρίβεια, ἐνταῦθα ὥραν προσθείς, οὗ δὲ βραχύτης, ἐνταῦθα τάχος, τῷ δὲ περιττῷ σαφήνειαν, χάριν δὲ οὗ σεµνότης, οὗ δὲ εὕρεσις, ἐνταῦθα διαχείρισιν, οὗ δὲ τολµήµατα, ἐνταῦθα ἀσφάλειαν. 143. Σκοτοδινιᾷ δὲ ἐνταῦθα πᾶς ἀκροατὴς καὶ οὐκ ἔχει τί γένηται, ἀλλ’ὥσπερ ἐν τῇ παρατάξει κυκλούµενοι θορυβοῦνται καὶ ὡς ἕκαστος ἔχει φύσεως, οὕτως ἐπαινεῖ ὁ µὲν τῆς λέξεως τὴν ἀκρίβειαν, ὁ δὲ τοῦ νοῦ τὴν λεπτότητα, ὁ δὲ ὡς ὡραῖα, ὁ δὲ ἄλλος ἄλλο τι.35

141. […] ‘Come per la poesia, esistono forme specifiche anche per i discorsi, che possono essere accostate o tenute distinte, e non è facile che un retore le possegga tutte, ma ciascuno gode di una certa fama per averne sviluppata una meglio delle altre. Escludo tuttavia il poeta Omero da questo discorso. 142. Ora, se mai qualcuno comporrà una declamazione passando per tutti i tipi di bellezza e mescolando ogni sorta di mescolanza retorica, dovrà in primo luogo scegliere i caratteri adatti ad ogni circostanza, e poi realizzare combinazioni, aggiungendo, cioè, eleganza dove c’è esattezza, rapidità dove c’è concisione, chiarezza dove c’è abbondanza, grazia dove c’è solennità, elaborazione dove c’è invenzione, solidità dove c’è audacia. 143. Ogni spettatore a quel punto vacillerebbe, non saprebbe più cosa egli sia, ma sarebbe sconvolto come quelli che compiono una rivoluzione su se stessi nello schieramento, e ciascuno elogerebbe questo o quello in base a come è disposto per natura, chi l’esattezza dello stile, chi la sottigliezza del pensiero, chi l’eleganza, chi altro’.

Non c’è dubbio che il passo di Aristide, benché calato in un’orazione e non in un trattato sullo stile, abbia un evidente afflato teorico e si presti bene a essere ripreso in un’ars come questa pseudoaristidea, proprio perché è esso stesso ‘didattico’, mirato com’è a rendere edotto il polemico contestatore. Echi di questo stesso passo risuonano in varie pagine del già menzionato Περὶ ἰδεῶν λόγου di Ermogene, senza però che di Aristide si faccia esplicita menzione, a differenza di quanto avviene per i passi analizzati sopra.

A proposito della forma della περιβολή, termine difficile da tradurre, che richiama l’idea di ‘sviluppo’, ‘complessità’,36 Ermogene affronta il problema del mescolamento delle ἰδέαι in un modo decisamente simile a quello che si trova in Aristide, talvolta adoperando sintagmi pressoché uguali.

δυσχερὴς δὲ ἡ µῖξις, καὶ σχεδὸν οὐδεὶς οὕτω καλῶς οὐδὲ τῶν ἀρχαίων αὐτῇ κέχρηται ὡς ὁ ῥήτωρ, µετά γε Ὅµηρον. πῶς γὰρ οὐ δυσχερὲς µῖξαι καθαρότητα µὲν περιβολῇ καὶ τῷ περιττῷ καὶ µεστῷ τὴν σαφήνειαν, σεµνότητι δὲ τὸ λεπτὸν καὶ τὴν χάριν τῷ διηρµένῳ πρὸς µέγεθος, σφοδρότητι δὲ τὴν ἀφέλειαν καὶ τῇ τραχύτητι τὸ µεθ’ ἡδονῆς· ἔνθα δὲ τόλµης δεῖ, κάλλος καὶ τὸ κεκοσµηµένον ἅµα πιθανότητι, λαµπρότητι δὲ τὸ γοργόν τε καὶ ἀγωνιστικὸν καὶ οἷον εὔζωνον χωρὶς εὐτελείας καὶ ταπεινότητος, τῷ δὲ ἀκµαίῳ πάλιν τὸ πιθανὸν καὶ τὸ τοῦ ἀληθοῦς καὶ ἐνδιαθέτου ἐµφαντικὸν ὅσα τε ἄλλα τῶν εἰδῶν τοῦ λόγου τῆς ἐναντίας ἀλλήλοις δοκεῖ πως εἶναι φύσεως.37

‘La mescolanza [scil. delle forme] è ardua, e pressoché nessun autore ne fa uso migliore del Retore [scil. Demostene], neanche fra gli antichi, a parte, certo, Omero. Come può infatti non essere arduo mescolare la purezza con l’abbondanza, la complessità e la pienezza con la chiarezza, la solennità con la leggerezza e la grazia con ciò che si distingue per grandezza, la veemenza con la semplicità e la ruvidezza con ciò che produce piacere, bellezza dove c’è bisogno di arditezza, l’ornato con la credibilità, l’agilità, la forza e la speditezza con la brillantezza, senza però semplificare e svilire, e ancora (mescolare) al sommo vigore la credibilità assieme a ciò che è indice di sincerità e spontaneità, e quante altre forme del discorso che sembrano essere come di natura reciprocamente opposta’.

Il modo in cui è strutturato il passo è, come si vede, il medesimo di quello aristideo che figura anche nell’ars; benché accoppiamenti e terminologia non coincidano sempre, in alcuni casi c’è un rispecchiamento perfetto, come l’espressione τῷ περιττῷ καὶ µεστῷ τὴν σαφήνειαν, σεµνότητι δὲ τὸ λεπτὸν καὶ τὴν χάριν, che richiama τῷ δὲ περιττῷ σαφήνειαν, χάριν δὲ οὗ σεµνότης che troviamo in Aristide. Anche sotto il profilo dei costrutti sintattici, un’espressione come ἔνθα δὲ τόλµης δεῖ coincide con οὗ µὲν ἀκριβείας δεῖ di Aristide. Le affinità tra il passo di Aristide e quello di Ermogene sulla περιβολή sono state analizzate da Ian Rutherford e Michel Patillon, i quali fanno anche notare il comune riferimento a Omero come maestro nell’arte di miscelare le forme (Hermog.: µετά γε Ὅµηρον; Aristid.: Ὅµηρον δὲ ποιητὴν ἐξαιρῶ λόγου), un riferimento che suona inoltre come un’ulteriore spia della dipendenza di un testo dall’altro.38 Si noti allo stesso tempo come in Ermogene si faccia menzione del ῥήτωρ per eccellenza e modello assoluto del πολιτικὸς λόγος, Demostene (οὐδεὶς οὕτω καλῶς οὐδὲ τῶν ἀρχαίων αὐτῇ κέχρηται ὡς ὁ ῥήτωρ), menzione che in Aristide manca del tutto: un dato spiegabile probabilmente con la già menzionata ambizione da parte di Aristide a superare il modello demostenico.39 Come ho avuto modo di segnalare altrove, infine, l’intero passo di Aristide ripreso nell’ars va letto in parallelo anche con la trattazione ermogeniana dell’ἦθος che figura nel secondo libro dello stesso Περὶ ἰδεῶν λόγου, nella quale si affronta di nuovo la questione del miscelamento delle ἰδέαι.40 Dalla lettura è d’altro canto evidente che la ricezione di questo passo aristideo in Ermogene è tutt’altro che passiva; al contrario, le differenze terminologiche in particolare sono spia dell’esistenza di un dibattito più ampio, che doveva coinvolgere, oltre naturalmente lo stesso Ermogene, più scuole di retorica.41

Tralasciamo, come anticipato sopra, il secondo passo aristideo dell’orazione 28 ripreso dall’ars,42 per limitarci a due brevissime considerazioni sulle altre due citazioni tratte da Aristide e menzionate in precedenza: la presenza di un esercizio da condurre sulla falsariga del primo discorso siciliano (or. 5) è indice di come quest’opera aristidea rientrasse in quei materiali che in ambito scolastico venivano usati, a partire dal modello tucidideo, per rielaborare gli argomenti pro e contra l’intervento ateniese in Sicilia del 413 a.C.; la presenza di un passo tratto dall’orazione 34 è anch’esso di grande interesse, in quanto quest’opera, forse ‘minore’, condivide con l’or. 28 il fatto di essere fortemente polemica e al contempo ricca di annotazioni di natura teorica, utilizzabili a fini didattici.43

Per concludere su quanto argomentato finora, la testimonianza ermogeniana, quella dei trattati menandrei, nonché la vicenda dell’ars pseudoaristidea da un lato confermano come Aristide fosse entrato già nel III secolo se non addirittura nel tardo II secolo nel gruppo degli oratori da studiare, e anzi vi fosse entrato a completamento del ‘canone’ classico degli oratori fungendo da modello laddove questi non potevano più bastare per il mutato contesto e le mutate esigenze della retorica; dall’altro mostrano come anche orazioni ‘secondarie’ di Aristide quali la 28 Περὶ τοῦ παραφθέγµατος o la 34 Κατὰ τῶν ἐξορχουµένων – secondarie rispetto naturalmente alle celebrate orazioni platoniche e al Panatenaico – circolassero negli studioli dei retori e venissero utilizzate come materiale didattico. L’assenza di scholia vetera superstiti impedisce di verificare se queste orazioni fossero a loro volta state fatte oggetto di commentari, ma è probabile che, anche in assenza di commenti continui, passi specifici particolarmente interessanti per il loro portato esemplare e teorico venissero escertati e integrati in più ampi materiali didattici.

2 I commentari ad Aristide

Questo scenario di un Aristide entrato ben presto nelle pratiche didattiche della retorica trova sicura conferma nella sopravvivenza di ampio materiale isagogico costituito da profili biografici nonché prolegomena e hypotheseis al Panatenaico e alla seconda delle orazioni platoniche, testi per i quali si dispone dell’importante edizione di Friedrich Lenz e ai quali faremo riferimento anche tra breve.44

Analogamente, si dispone di testimonianze relative alla circolazione di più commentari dedicati alle sue opere principali (in sostanza le orazioni 1–3 e, in misura minore, i discorsi 5–6 e 11–15). Queste testimonianze coincidono per la quasi totalità con notizie ricavate dagli scoli ad Aristide.45 Le testimonianze superstiti consentono di concludere che almeno cinque maestri di retorica produssero commentari su Aristide: Metrofane, Menandro, Atanasio, Sopatro e Zosimo. Nell’impossibilità di soffermarci su tutti i materiali ricollegabili ai cinque nomi, focalizzeremo l’attenzione brevemente sul secondo e sul terzo di questo elenco, lasciando da parte sia Metrofane, il cui commentario ad Aristide è noto solo da un passo della Suda,46 sia Zosimo, per il quale le scarse informazioni riconducono tutte a un commentario ai discorsi aristidei su Leuttra (11–15).47 E tralasceremo soprattutto Sopatro, che da solo necessiterebbe di uno studio a parte, dal momento che le informazioni su di lui sono ben più numerose, benché controverse e discusse: Lenz tendeva ad attribuire a Sopatro buona parte del materiale isagogico sopra menzionato, ed era inoltre sua convinzione che anche il corpus degli scoli ricalcasse prevalentemente i materiali selezionati nel perduto commentario sopatreo.48 Permangono tuttavia molti dubbi non solo sull’identità di Sopatro, dato che sotto questo nome sono noti più commentatori e più trattati sono attribuiti a un Sopatro, ma anche su quali materiali isagogici aristidei siano convincentemente da riferire a lui.49 In ogni caso, e indipendentemente dalle attribuzioni del materiale isagogico, l’esistenza di un commentario sopatreo al Panatenaico è confermata da un paio di scoli che menzionano esplicitamente il suo nome, e riportano sue osservazioni di natura prevalentemente storica, mentre l’esistenza di un commentario all’or. 3 è confermata da uno scolio a questa orazione di contenuto retorico sull’etopea.50

Analizziamo, dunque, di seguito quanto è possibile ricondurre ai commentatori Menandro e Atanasio sulla base di riferimenti espliciti, nelle fonti, alla loro attività di commentatori aristidei.

1. Menandro. In virtù di due menzioni negli scoli al Panatenaico di Elio Aristide, sappiamo che un commentario a questo discorso fu composto da Menandro di Laodicea, tardo III sec., al cui autorevole nome la tradizione ha finito per associare opere molto diverse tra loro, inclusi i due trattati sull’epidittica sopra menzionati.51 Questi due scoli ‘menandrei’ sono stati editi e commentati di recente nel volume dedicato a Menandro da Malcom Heath.52 Il primo dei due si appunta al capitolo 13, in cui Aristide, soffermandosi a descrivere la bellezza del paesaggio delle coste dell’Attica, impiega l’espressione τοῖς δ’ὁρωµένοις συµβαίνει καὶ τὰ λεγόµενα (‘E quanto si racconta combacia con quanto si ammira’), in relazione ai miti che parlano di questa terra. Lo scolio chiosa queste parole nel modo seguente: τοῦτο ἐκ τοῦ ἐναντίου εἴρηται. ἐχρῆν γὰρ εἰπεῖν τοῖς λεγοµένοις συµβαίνει καὶ τὰ ὁρώµενα. διὸ καὶ Μένανδρος µέµφεται τῷ Ἀριστείδῃ (‘Ciò è detto al contrario. Bisognava infatti dire «e quanto si ammira combacia con quanto si racconta». Perciò anche Menandro critica Aristide’).53 Menandro rimprovererebbe dunque ad Aristide (µέµφεται) di aver costruito male la frase, che andrebbe piuttosto arrangiata al contrario, e cioè τοῖς λεγοµένοις συµβαίνει καὶ τὰ ὁρώµενα, in quanto è ciò che si vede a dover coincidere con quanto si racconta, e non viceversa. Commenti di questa natura non sono del tutto chiari nelle loro motivazioni,54 ma è possibile che qui Menandro si riferisca all’opportunità di rispettare una gerarchia concettuale che vuole il mito ‘prioritario’ rispetto al paesaggio, come se esso fosse concettualmente ‘anteriore’ e certamente più importante sotto il profilo assiologico.

Dalla seconda testimonianza, nella quale si fa riferimento al capitolo 265, e cioè all’inizio della sezione in cui Aristide parla delle vicende belliche che hanno coinvolto anche le altre città greche successivamente alla caduta dei Trenta, sembrerebbe invece evincersi che Menandro fosse entrato nel problema della partizione interna del lungo testo del Panatenaico. Lo scolio recita infatti: ἐντεῦθεν γὰρ ἄρχεται τῶν Ἑλληνικῶν, καὶ ὧν ἐποίησε µετὰ τῶν τριάκοντα, ὥς φησι Μένανδρος.55 Se Lenz credeva che la proposta di suddividere l’orazione in quattro sezioni potesse risalire proprio a Menandro (in una prospettiva contraria a quella tripartita di Atanasio, v. sotto), Heath ha giustamente sottolineato come simili supposizioni mantengano un carattere fortemente congetturale.56 In ogni caso il fatto che Menandro, il quale è noto soprattutto come commentatore di Demostene, avesse scritto un commentario al Panatenaico aristideo suona come ulteriore conferma di come i due antichi oratori si prestassero a letture parallele, secondo la tendenza già osservata in precedenza.

2. Atanasio. Di questo commentatore, forse un sodale di Sinesio, si sa poco,57 ma che avesse intrapreso una lettura estensiva di Aristide è chiaro dalle poche menzioni superstiti che figurano negli scoli. In uno scolio al Panatenaico (1.228, p. 228 Dindorf), nel quale si segnala l’inizio della quarta sezione del discorso, incentrata prevalentemente sulla Guerra del Peloponneso, si dice che Atanasio individuava in questo stesso punto l’inizio della terza parte. Gli scoli in effetti intervengono sistematicamente per trattare del problema della suddivisione del testo, indicando in quali punti inizierebbero la seconda, la terza e la quarta parte, sottolineando però al contempo che i sostenitori della suddivisione ‘tripartita’ considerano un tutt’uno la parte di testo che corrisponde alle sezioni prima e seconda della teoria ‘quadripartita’.58 Solo nello scolio che segnala l’inizio della quarta parte, tuttavia, troviamo per la prima (e unica) volta il nome del commentatore che sosteneva l’idea tripartita (o di uno dei sostenitori) e cioè appunto Atanasio, il quale evidentemente negava che la parte proemiale potesse essere stata declamata autonomamente da quella che per i ‘quadripartitisti’ era la seconda parte. È molto interessante che entrambe le proposte di suddivisione del testo si basino sul fatto che le feste Panatenee, durante le quali il discorso fu pronunciato, si svolgevano in più giorni, e che quindi Aristide doveva aver avuto necessità di suddividere a sua volta in più giorni la recitazione del lungo discorso. Come visto in precedenza, che l’adozione della struttura ‘quadripartita’, contrapposta a questa di Atanasio, vada fatta risalire a Menandro è del tutto congetturale, ma, come che sia, va sottolineato come questo della suddivisione fosse un tema molto dibattuto, la cui trattazione presuppone una lettura strutturale dell’intera orazione, possibile solo all’interno di un commentario continuo, adatto per l’uso scolastico, che utilizzava il Panatenaico come fonte di riflessione non solo sull’oratoria, ma anche sulla storia ateniese e sulle sue istituzioni.

Il secondo e il terzo riferimento superstite relativi ad Atanasio figurano negli scoli al secondo dei discorsi platonici, l’orazione 3 In difesa dei Quattro. Lo scolio a 3.25, p. 456 Dindorf commenta il passo in cui Aristide confuta l’accusa di κολακεία rivolta nel Gorgia a Pericle, al quale Platone attribuirebbe ogni forma di adulazione nei confronti del popolo, anzi l’idea stessa di κολακεία, quell’idea a cui Platone riconduce tutto (καὶ νὴ Δί’, εἰ βούλει, τὴν ἰδέαν αὐτήν, ἐφ’ἣν πάντα ἀνάγεις). Secondo lo scolio, commentando questo punto Atanasio sosteneva che l’intero discorso andrebbe interpretato come esempio di λόγος ἀντιρρητικός, e cioè ‘discorso di replica’:

Ἀθανάσιός φησιν ὅτι ὁ ῥήτωρ δείκνυσιν ἐντεῦθεν ἡµῖν τὸ εἶδος τοῦ λόγου ἀντιρρητικὸν διὰ τὸ κατὰ µέρος ἀνασκευάζειν τὰ εἰρηµένα ὑπὸ Πλάτωνος.59

‘Atanasio dice che il retore qui ci mostra che il genere dell’orazione è il discorso di replica, in quanto in essa si confutano una ad una le affermazioni di Platone’.

Lo scolio è di una certa importanza per comprendere come venisse considerata nel suo insieme l’orazione 3 nella trattatistica retorica. Nella hypothesis più antica a questo discorso – quella che Lenz nella sua edizione contrassegna con H1 per distinguerla da H2, una versione seriore che dipende da H160 – si afferma infatti che esso, non potendo rientrare nel genere giudiziario né in quello epidittico, possa essere considerato un’ἀντίρρησις. Più precisamente, l’autore di H1, polemizzando contro un retore di cui non menziona il nome, reo di considerare l’orazione 3 un’ἀνασκευή, ossia una confutazione, riducendola così a un progymnasma,61 propone di vedere in essa un’ἀντίρρησις, fondando questa proposta su quanto affermato da Teone nei Progymnasmata, che cioè l’ ἀντίρρησις, lungi da essere un mero esercizio scolastico, è un genere specifico dell’oratoria (µερικὸν δὲ εἶδος ῥητορικῆς).62

Stephan Glöckner, sulla scia di alcuni inediti appunti di Bruno Keil, utilizzava la comune ricorrenza dell’ἀντίρρησις nello scolio e in H1 per concludere che il testo di H1 potesse risalire ad Atanasio stesso.63 Lenz rigettava questa ipotesi proponendo invece di identificare con Atanasio il retore senza nome col quale polemizza l’autore di H1, che lo studioso peraltro identifica con Sopatro. Lenz motivava questa sua interpretazione con il fatto che nello scolio figura il verbo ἀνασκευάζω ad indicare il tipo di argomentazione usata da Aristide per ‘smontare’ le tesi di Platone, un uso che richiamerebbe l’ἀνασκευή di cui si parla in H1.64 A complicare il quadro contribuisce inoltre il fatto che la definizione di ἀντίρρησις come genus oratorium indipendente attribuita a Teone coincida solo in parte con quanto si legge nei Progymnasmata che vanno sotto il nome di questo retore.65 È vero, infatti, che Teone tratta dell’ἀντίρρησις alla fine della sua opera (dunque, come dice H1, ἐν τῷ τέλει τῆς τέχνης, cap. 9, p. 161 Lenz), ma è anche vero che quella porzione di testo, disponibile solo nella redazione armena (e confrontabile con una sezione del commento di Gregorio di Corinto al Περὶ µεθόδου δεινότητος pseudoermogeniano, che la riprende quasi verbatim),66 non fa alcuna menzione di un tipo di ἀντίρρησις inteso come ‘quarto genere’ dell’oratoria. I due testi sembrano dunque non coincidere, e pertanto non è da escludersi che il segmento a cui fa riferimento H1 sia da considerarsi proprio di una tradizione diversa e non sopravvissuta del testo di Teone, oppure una glossa infiltratasi nel testo dopo che la versione armena si fu separata dalle altre.67

Il secondo testimone del commentario al secondo discorso platonico è tratto dallo scolio a 3.74, p. 485 Dindorf. Nel passo interessato dal commento, Aristide si rivolge a Platone criticandolo per aver sostenuto che Pericle aveva reso pigri, inattivi (ἀργούς) gli Ateniesi (Gorgia, 515e). ‘In che modo, per quanto ci riguarda, Pericle avrebbe mai potuto rendere oziosi gli Ateniesi? – incalza l’oratore – O forse sei tu che renderai noi iperattivi costringendoci a confutare ciascuna delle tue affermazioni’ (Ἀργοὺς δὲ δὴ πῶς ἡµῖν ἐποίησεν Ἀθηναίους Περικλῆς; ἢ σὺ λίαν ἐνεργοὺς ἡµᾶς ποιήσεις, ἀναγκάζων πρὸς ἕκαστον τῶν εἰρηµένων ἀποκρίνεσθαι). Su questa frase beffarda diretta verso Platone lo scolio che risale ad Atanasio dice quanto segue:

ὁ δ’ Ἀθανάσιός φησι· δείκνυσιν ὡς αὐτὸς µᾶλλον ἀργοὺς ποιεῖ ἀναγκάζων λαλεῖν. ἐνεργοὺς δὲ ἀντὶ τοῦ πρακτικούς. ἠθικῶς δὲ εἶπε, δεικνὺς ὡς αὐτὸς Πλάτων ἀργοὺς ποιεῖ, ἀναγκάζων µᾶλλον λαλεῖν.

‘Atanasio afferma: “[Aristide] mostra che quello rende assolutamente più oziosi costringendo(li) a perdersi in chiacchiere. ἐνεργοὺς in vece di πρακτικούς. Lo dice in riferimento al carattere, mostrando che lo stesso Platone rende oziosi costringendo a perdersi in molte chiacchiere” ’.

Atanasio si sofferma sull’opposizione ἀργοί/ἐνεργοί, sostenendo che, secondo Aristide, Platone, non certo Pericle, renderebbe la gente più oziosa costringendola a perdersi in chiacchiere. In realtà Aristide, come visto sopra, non dice esattamente questo, ma sviluppa la critica a Platone sul fronte dell’ironia e del sarcasmo, affermando cioè che Platone obbliga gli interlocutori a sfiancanti repliche, rendendoli dunque λίαν ἐνεργούς, e cioè il contrario di oziosi. Ma è possibile che nel suo commentario Atanasio intendesse illustrare la frase aristidea ‘al netto’ dell’ironia, spiegando cioè che l’essere costretti a un’intensa attività di replica, l’essere dunque ἐνεργοί a causa del perdersi in chiacchiere (λαλεῖν), è in realtà sinonimo di ozio e inattività.

Col ricorso all’avverbio ἠθικῶς Atanasio sembra soffermarsi sul tipo di confutazione: Aristide qui svilupperebbe un argomento di replica al discorso platonico sulla base dell’ἦθος, del carattere di Platone. Questa osservazione del commentatore ricorda alcuni aspetti della tecnica della confutazione (ἀνασκευή), noti soprattutto dai manuali di progymnasmata, nei quali si prescrive di sviluppare la confutazione sulla base di precisi ‘luoghi argomentativi’ – ad es. l’oscuro (τὸ ἀφανές), l’impossibile (τὸ ἀδύνατον), il falso (τὸ ψεῦδος) ecc. –, alcuni dei quali fondati sull’impiego di categorie morali: lo sconveniente (τὸ ἀσύµφορον), l’inopportuno (τὸ ἀπρεπές), l’indecente (τὸ αἰσχρόν).68 Benché nello scolio non figuri il termine ἀνασκευή, dunque, sembrerebbe evincersi che Atanasio era interessato a leggere l’orazione in questa prospettiva, analizzando i ‘luoghi’ in base ai quali ciascun argomento platonico veniva confutato da Aristide.

L’ultimo scolio che fornisce notizie sull’attività di commentatore di Atanasio riguarda invece un passo del secondo discorso su Leuttra (or. 12.66, p. 355 Dindorf), e ha molto in comune con quello relativo alla partizione del Panatenaico, in quanto lo scoliasta ricorda che secondo Atanasio quel passo coincide con l’inizio dell’epilogo; poche righe oltre è ricordato anche che, contrariamente a quanto afferma Atanasio, secondo Zosimo questo punto coincide con quello che oggi corrisponde al capitolo 75.

Anche per Atanasio, dunque, le rade testimonianze possono a stento indicarci quali fossero alcuni tra i temi sui quali si focalizzava il suo commento. Emergono interessi che sembrano abbracciare diversi ambiti della retorica, in riferimento sia alla natura della tipologia confutativa, sia alla suddivisione strutturale dei testi; e soprattutto traspaiono riflessioni teoriche di una certa ampiezza come quella sui generi oratori, testimoniata dal dibattito sull’ἀντίρρησις, e che sembra risuonare, come vedremo tra breve, anche in un passo di Sinesio di Cirene.

3 La Terza Sofistica e la circolazione delle opere di Aristide: due testimonianze

A corredo di quest’analisi condotta attraverso le testimonianze sui commentari aristidei, non è forse inutile soffermarsi su due tra le numerosissime attestazioni dell’uso sia diretto che indiretto dei testi di Aristide nell’ambito della cosiddetta Terza Sofistica,69 due passi poco indagati, a quanto mi risulta, dai recenti progressi sul Fortleben aristideo, passi che da un lato illustrano bene quanto radicato fosse il dibattito attorno al corpus del retore già nei secoli IV e V, e dall’altro rendono un’idea di come il lavorìo esegetico su Aristide nelle scuole di retorica interessi anche opere non destinate, in sé, all’uso scolastico.

Il primo passo in questione è tratto dall’epistolario di Libanio, la cui venerazione per Aristide è un dato ben noto.70 Si tratta della prima parte dell’epistola 1262 Foerster, indirizzata all’allievo Fortunaziano:

Εἵµαρτο ἄρα καὶ Ἀριστείδῃ τῆς σῆς ἐπιµελείας ἀπολαῦσαι, καὶ βραδέως µέν, ἥκεις δὲ ὅµως ἐπ’ ἄνδρα δύναµιν ἔχοντά τε καὶ παρέχοντα κεχρῆσθαι βουλοµένῳ. δεῖ δή σε ‘λευκὴν’ εἶναι πρὸς τὸν ἄνδρα ‘στάθµην’ καὶ πάντα ζητεῖν καὶ πάντα κτᾶσθαι καὶ µηδὲν ὑπερβαίνειν. […]

‘Finalmente è giunta l’ora che anche Aristide benefici del tuo studio; certo tardi, ma alla fine pur tuttavia sei giunto a quest’autore che ha forza e che la offre a chi ne voglia fare uso. Devi allora essere con lui una ‘cordicella bianca’ (Plat. Charm. 154b), e cercare ogni cosa, acquisire tutto, non tralasciare nulla’.

Attraverso l’ironia, Libanio manifesta il suo disappunto a Fortunaziano, reo di essersi degnato troppo tardi di leggere un autore fondamentale come Aristide. Ma il testo è interessante soprattutto per altri motivi: in primo luogo è chiaro che Libanio, e verosimilmente non solo lui, riteneva Aristide un autore basilare per la formazione, a cui non accostarsi tardi, un dato che potrebbe coincidere con una prassi d’insegnamento. In secondo luogo si noti il riferimento alla ‘forza’ come alla qualità più evidente posseduta da queste orazioni, un giudizio interessante, che sembra impiegare il termine δύναµις in riferimento non tanto a una virtù specifica, quanto alla summa delle qualità retoriche delle opere aristidee. In ultima analisi si osservi come Aristide venga presentato come un autore da leggere non in modo selettivo, ma immergendovisi del tutto: una prospettiva certo molto ‘libaniana’, non necessariamente condivisa da altri maestri, eppure indicativa di come il retore microasiatico, almeno in questo circolo antiocheno, fosse assurto a ‘classico’, per il quale sarebbe stato ozioso distinguere tra testi migliori o peggiori. In questo senso va letta la citazione proverbiale della ‘cordicella bianca’, già usata da Sofocle (fr. 330 Radt) e ripresa nel Carmide di Platone, che qui è chiaramente il modello: nel sottotesto platonico, infatti, Socrate afferma di essere attratto da tutti i bei fanciulli, senza essere in grado di distinguere, inefficace come una ‘cordicella bianca’, in riferimento al fatto che gli operai usavano, per allineare le pietre da costruzione, una cordicella bruna che spiccasse con chiarezza sul bianco del materiale. Una cordicella bianca è dunque inadeguata perché non si distingue dal candore delle pietre. Libanio trasferisce l’immagine dall’ambito sessuale a cui allude Socrate a quello – per lui altrettanto ‘passionale’ – dei libri e dei modelli oratori.71

Il secondo passo è tratto da un’opera di Sinesio di Cirene, il Dione, dedicato a uno dei modelli principali del retore cristiano, per l’appunto Dione di Prusa. In questo testo Sinesio inserisce una breve osservazione, in realtà un vero e proprio giudizio, sull’or. 3:

Ἀριστείδην τε ὁ πρὸς Πλάτωνα λόγος ὑπὲρ τῶν τεσσάρων πολὺν ἐκήρυξεν ἐν τοῖς Ἕλλησιν. οὗτος µὲν καὶ τέχνης ἁπάσης ἀµοιρῶν, ὅν γε οὐδ’ ἂν ἐπαγάγοις εἴδει ῥητορικῆς, οὔκουν ἐκ τοῦ δικαίου γε καὶ τῶν νόµων τῆς τέχνης· συγκείµενος δ’ οὖν ἀπορρήτῳ κάλλει καὶ θαυµαστῇ τινι χάριτι, εἰκῇ πως ἐπιτερπούσῃ τοῖς ὀνόµασι καὶ τοῖς ῥήµασιν.72

‘Il discorso A Platone in difesa dei Quattro diede grande risonanza al nome di Aristide presso i Greci. Questo discorso, che non rientra del tutto nell’arte retorica e che neanche potresti ricondurre a un determinato genere oratorio, almeno non sulla base del diritto e delle leggi di quest’arte, pur tuttavia è dotato di un’ineffabile bellezza e di una sorprendente grazia, che suscita piacere con nomi e verbi quasi senza volerlo’.

L’ammirazione per l’or. 3 colpisce in particolar modo perché proviene da un autore che, pur risentendo di una certa influenza da parte di Aristide, non fa professione di quell’entusiasmo sconfinato che nutre ad esempio Libanio.73 Sinesio qui non solo testimonia la fama raggiunta tra i Greci dal discorso aristideo, ma gli riconosce ‘bellezza’ e ‘grazia’, κάλλος e χάρις – due forme ricorrenti nella trattatistica retorica sullo stile74 –, benché non sia ‘riconducibile a un genere oratorio’ (ὅν γε οὐδ’ ἂν ἐπαγάγοις εἴδει ῥητορικῆς). Quest’ultima affermazione richiama in tutta evidenza, sia nel contenuto che nella terminologia, il dibattito sul genus dell’or. 3, del quale abbiamo visto traccia negli scoli e nella hypothesis H1, e che aveva tra i protagonisti Atanasio, il quale, se è da identificare con il corrispondente di Sinesio,75 aveva dunque rispetto a questo una posizione diversa, incentrata, come detto, sull’ἀντίρρησις. Ciò lascia inoltre comprendere che Sinesio leggeva Aristide, o almeno le orazioni platoniche, attraverso il medium dei commentari o con il supporto di essi.

In quanto affermato da Sinesio sui presunti difetti dell’orazione aristidea si avverte l’eco di una critica piuttosto severa nei confronti di Aristide, che doveva circolare negli ambienti di ascendenza filosofico-platonica frequentati dal vescovo e nei quali si produssero confutazioni dell’or. 3 quali quelle di Porfirio e Olimpiodoro.76 Sinesio tuttavia supera senza indugio questa posizione antiaristidea elogiando le qualità dell’orazione: il merito di Aristide è infatti proprio quello di aver scardinato le convenzioni del discorso retorico, producendo un testo eccellente fuori dagli schemi, fuori dai generi. Nelle righe successive Sinesio applica lo stesso giudizio al suo amato Dione, che egli elogia per aver saputo innovare superando le convenzioni della retorica, addirittura ‘profanandole’ (ἐξωρχήσατο τὴν ἀρχαίαν ῥητορικήν); è interessante che questa espressione richiami alla lettera, in un modo che difficilmente può essere casuale, il titolo dell’orazione 34 di Aristide, che abbiamo menzionato in precedenza, il quale recita appunto Κατὰ τῶν ἐξωρχουµένων, ossia Contro i profanatori (della retorica). Sia che tali affermazioni vadano interpretate come il contributo originale di Sinesio, sia che vadano intese come giudizi maturati all’interno di una scuola, è chiaro che esse sono parte del medesimo dibattito che vediamo testimoniato negli scoli e nei prolegomena ad Aristide, dibattito che, in questo caso, verteva su alcune orazioni aristidee in particolare, quelle di natura polemico-teorica, e che investiva problemi di natura stilistica e strutturale, toccando la spinosa questione dei generi oratori.77

4 Conclusioni

Aristide era letto nelle scuole di retorica fin da un’epoca di poco posteriore alla sua morte. La sua presenza nel Περὶ ἰδεῶν ermogeniano contribuì senz’altro alla diffusione dei suoi scritti così come alla loro stabilizzazione nell’ambito dell’insegnamento. Il fatto che Aristide sia citato anche nei testi spuri del corpus ermogeniano e nei monumentali commenti seriori, nonché nella letteratura manualistica sull’epidittica come Menandro I e II, conferma tale diffusione ad uso scolastico. A riprova vi è l’esistenza di un’ars sulle forme stilistiche, nella quale la presenza di brani tratti da Aristide finì gradualmente per causarne l’attribuzione ad Aristide stesso, quasi a sancirne in modo definitivo il ruolo di maestro. In parallelo a ciò, le sue opere ritenute più significative furono oggetto di commentari continui: il Panatenaico e le migliori declamazioni (Discorsi siciliani, i Λευκτρικοί) ricevettero attenzione da più commentatori in virtù, certamente, della loro qualità formale, ma anche del fatto che esse consentivano ai maestri di affrontare problemi di interesse retorico e storico a un tempo, mediante un testo dal gusto ‘aggiornato’, che riprendesse temi isocratei ma con la forza stilistica (la δύναµις, per dirla con Libanio) tipica di Demostene; le orazioni platoniche (orr. 2–3) ricevettero anch’esse commenti specifici, in quanto il tema in esse toccato del rapporto tra filosofia e retorica era in età tardoantica particolarmente sensibile. Parallelamente ai commentari, dai quali molto materiale è confluito negli scoli oggi superstiti, attorno a queste stesse orazioni furono prodotti scritti esegetici introduttivi e prolegomena, una parte dei quali, relativa alle or. 1–3, è sopravvissuta nella tradizione manoscritta assieme al corpus delle opere.78 Molti altri discorsi di Aristide, inoltre, benché non beneficiati da commenti continui (almeno per quanto è noto), circolavano a loro volta, integralmente o per excerpta, nelle scuole di retorica, sia perché modelli di nuovi modi di intendere la retorica dell’elogio (si vedano i Discorsi sacri o gli inni in prosa, e in generale quelli menzionati da Menandro I e II), sia perché ricchi di affermazioni di natura teorica e metodologica sulla retorica, e dunque adatti a essere ripresi a fini didattici (si vedano le orazioni 28, 33, 34). Il risultato di un siffatto interesse dei retori per Aristide è che questo autore divenne rapidamente un classico. Gli scoli aiutano senz’altro a comprendere quali aspetti delle opere venissero maggiormente sottoposti all’esegesi, e tuttavia, in questo pur non esiguo materiale, l’attribuzione di specifiche note esegetiche a singoli commentatori non è frequente. E così ciò che può essere attribuito di volta in volta a Menandro, Atanasio, Sopatro o Zosimo assomma a poche osservazioni, mentre, come abbiamo visto, del commentatore Metrofane negli scoli non vi è traccia esplicita. Nel tentativo di individuare qualche aspetto caratterizzante, nelle pagine precedenti abbiamo considerato come, accanto a notazioni di carattere storico-antiquario, molte osservazioni toccassero problemi di natura schiettamente retorica.

La cospicua fortuna di Aristide dal tardo II secolo fino alla fine dell’età bizantina fu in qualche modo propiziata e spinta, per così dire, dallo stesso Aristide. Egli si premunì sempre di sottolineare in modo esplicito quanto di innovativo ravvisasse nella sua stessa produzione retorica: la devozione ad Asclepio più che ad ogni altro dio, la retorica come esperienza mistica e salvifica, la centralità del proprio corpo malato e sofferente, la parallela centralità della propria esperienza onirica come medium di comunicazione col divino, il rapporto di emulazione con i classici (Demostene in primis), la riflessione sull’eccellenza della grecità sotto il profilo etico e culturale, la tendenza a discutere questioni di teoria retorica di portata ampia come di scala più dettagliata. Tutti elementi, questi, che trovarono grande fortuna in retori successivi che ebbero Aristide come modello. La fortuna e la diffusione di molte sue opere a scuola confermano il quadro appena delineato, mostrando come di Aristide spesso siano state recepite istanze che egli per primo non esitò a mettere in rilievo, a partire dalla sua riflessione sulle forme stilistiche, sul ruolo dell’oratore o sulla possibilità, almeno teorica, di superare Demostene, o almeno di farlo rivivere ‘aggiornato’. Difendendo, inoltre, la retorica nelle orazioni platoniche ed esaltando se stesso e le proprie opere nella ‘periautologica’ or. 28, Aristide sembra quasi aver ‘persuaso’ i suoi lettori tardoantichi dell’assoluta eccellenza della sua scrittura, in modo che questa venisse presa a modello per le prassi didattiche. La minuziosa analisi formale dei passi aristidei che troviamo negli scoli restituisce esattamente quest’idea di un Aristide da leggere nel dettaglio, secondo la prospettiva abbracciata e suggerita, come visto, anche da Libanio nell’epistola 1262.

Alla luce di quanto argomentato, i problemi emersi sull’uso di un Aristide ‘commentato’ da leggere a scuola si profilano come un ambito d’indagine promettente per i suoi possibili sviluppi futuri. Non solo una nuova edizione degli scoli e una parallela rilettura dei materiali isagogici aristidei potranno certamente fornire un quadro più ricco o almeno più sicuro di quanto non sia oggi, ma una lettura incrociata di questi materiali con, da un lato, la trattatistica retorica che solo di recente ha beneficiato di nuove edizioni commentate, e, dall’altro, le numerose opere superstiti degli oratori tardoantichi cristiani e pagani potrebbe rivelare inattesi punti di contatto tra teoria retorica e prassi oratoria, come abbiamo visto nei casi di Libanio e, con evidenza ancora maggiore, di Sinesio.

Ringraziamenti

Desidero ringraziare i colleghi che hanno discusso con me vari aspetti di questo lavoro, e in particolare Giancarlo Abbamonte, Fausto Montana, Cristina Pepe, Amneris Roselli, nonché l’anonimo revisore per la sua attenta lettura. Un ringraziamento sentito a Tommaso Raiola per avermi coinvolto in questa iniziativa di studio dei commentari nel contesto scolastico tardoantico.

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1

L’ampia bibliografia su questo autore è quasi integralmente individuabile nei recenti Harris-Holmes 2008 e Pernot-Abbamonte-Lamagna 2016.

2

L’opera superstite di Aristide è oggi consultabile nelle edizioni Lenz-Behr 1976–1980 per le orazioni 1–16, e Keil 1898 per le orazioni 17–53. Una nuova edizione del testo è in preparazione a cura di un’equipe coordinata da Laurent Pernot.

3

Certamente spuria (forse databile all’età dell’imperatore Filippo l’Arabo, cfr. Pernot 2004, 123–138) è l’or. 35 Εἰς βασιλέα; Bruno Keil (1898, 72) riteneva spuria anche l’or. 25 Ῥοδιακός, ma cfr., contra, Jones 1990.

4

La fortuna di Elio Aristide è un tema a cui è stata dedicata notevole attenzione in tempi molto recenti. Sulla sua ricezione nella tarda antichità: Cribiore 2008; Jones 2008; Robert 2009; Robert 2012; Hernández de la Fuente 2013; Miletti 2017a. Per l’epoca bizantina: Quattrocelli 2008 (su Areta), Lenz 1964, Bompaire 1981 e Brillante 2015 (su Fozio); Conti Bizzarro 2016 (su Thomas Magister); Gigante 1969 e Pernot 2006, 100–115 (su Teodoro Metochite). Su Aristide nel Rinascimento: Fontanella 2012; Hernández de la Fuente 2013; Caso 2016.

5

Di Ermogene restituisce un profilo biografico Flavio Filostrato (VS II, 7, 577–578); dopo le prime messe a punto di Rabe 1907b e Radermacher 1912, un profilo moderno aggiornato in Davies 2005; Patillon 2009, 7–18; Stebnicka 2014. Sulla fortuna di Ermogene per l’insegnamento della retorica fino all’età bizantina cfr. il contributo di Cristina Pepe nel presente volume.

6

Philostr. VS II, 7, 577; Dio 71, 1.

7

Ed. in Rabe 1913; Patillon 2009; trad. inglese e commento in Heath 1995. Sulla teoria degli status cfr. inoltre Calboli Montefusco 1986; una breve sintesi anche in Pepe 2013, 346–349, relativamente alla loro applicazione a generi diversi dall’oratoria giudiziaria.

8

Una disamina brillante dell’apporto della Seconda Sofistica, e in primo luogo di Aristide, alla formazione della teoria delle forme dello stile è Rutherford 1998, al quale si rinvia per approfondimenti.

9

Per un profilo di quest’opera rinvio a Rutherford 1998 e Patillon 2012, VIICXXXIII.

10

Hermog. Id. 1.3, p. 329 Rabe; 2.12, p. 407 e 409 Rabe.

11

Che si tratti di un dato rilevante è sottolineato da Rutherford 1998, 101: “The fact that he [scil. Hermogenes] cites him at all, and not just once but twice, suggests that he held him in high esteem”.

12

Ricostruzione di questa orazione in Robert 2012, 256–268.

13

Id. 1.6, Περὶ σεµνότητος, pp. 244–245 Rabe (=Aristid., fr. 8, p. 146 Robert).

14

Philostr. VS II, 9, 584.

15

V. sotto, nota 22.

16

L’insieme delle citazioni di questa orazione, fino appunto a Eustazio, è raccolta in Robert 2012, 145–152.

17

Hermog. Id. 2.7 (Περὶ ἀληθινοῦ λόγου), p. 353–354 Rabe.

18

Cfr. Patillon 2012, XCIIIXCV.

19

L’ambizione aristidea di competere col suo maggiore modello è molto evidente in vari passi dei Discorsi sacri (orr. 47–52; cfr., per citare un solo esempio, 50.19, dove si dice che Aristide ha superato Demostene). Sul problema cfr. da ultimo Miletti 2017a, 19–21. Su Aristide lettore di Demostene cfr. soprattutto Pernot 2006, 91–92, e inoltre 129–175 sulla notevole fortuna dell’espressione aristidea che definisce Demostene come Ἑρµοῦ τινος Λογίου τύπος (or. 3.663). Su Teodoro Metochite e il confronto tra i due oratori cfr. sopra, nota 4.

20

Hermog. Progymn. 9, ἠθοποιία, p. 20 Rabe: In questo passo si allude a un’orazione non identificata di Aristide nella quale figurava una prosopopea del mare rivolto agli Ateniesi (cfr. Milazzo 1983; Robert 2012, 641–642), e poi un riferimento al discorso Per i Quattro, 3.367–400. Hugo Rabe (1913) in apparato segnala correttamente come il discorso dello pseudo-Ermogene trovi un parallelo significativo proprio negli scoli ad Aristide, in riferimento allo stesso passo, p. 674 Dindorf.

21

Sull’uso del termine σχόλια in relazione a diverse tipologie di scritti esegetici cfr. Montana 2011.

22

Walz 1832–1836, vol. 7. I riferimenti ad Aristide in questi scholia, curiosamente, riguardano tutti il commento alla στάσις πραγµατική del trattato ermogeniano (76–79 Rabe), e in particolare alle due sottospecie δίκαιον (p. 77 Rabe) ed ἐκβησόµενον (p. 79 Rabe). Walz 1832–1836, 4.734 e 736: Siriano, e poi Sopatro e Marcellino, citano un passo del Callisseno (frr. 13 e 14 Robert) diverso da quello citato da Ermogene nel Περὶ ἰδεῶν λόγου (vedi supra); Walz 1832–1836, 4.764–766: Sopatro menziona due volte, senza citazione diretta, l’ or. 15, ovvero il quinto discorso per Leuttra.

23

Si veda anche il caso del retore di II secolo Frinico, che Jones definisce “first admirer” di Aristide: Jones 2008.

24

Apsines, 1, p. 343.10 Spengel; 4, p. 348.22 Sp.; 5, p. 356.23 Sp.

25

Edizione di riferimento con importante introduzione in Russell-Wilson 1981; status quaestionis sul testo e sui problemi di attribuzione in Heath 2004, 127–131, e soprattutto in Pernot 2005. Sulla presenza di Aristide in questi trattati cfr. Robert 2012, 67–69.

26

Panatenaico: 2.372, p. 82 Russell-Wilson; 2.384, p. 106 R.-W.; 2.386, p. 110 R.-W.; elogi funebri: 2.418, p. 170 R.-W.: qui Menandro II non si riferisce a un discorso specifico, ma in generale all’abilità di Aristide in questo genere di discorsi. Nel corpus aristideo sopravvivono in effetti due discorsi di questo genere, le orr. 31 e 32, per le quali rinvio a Berardi 2006 e Vix 2010.

27

1.344, p. 26 Russell-Wilson; per gli inni in prosa di Aristide (orazioni 37–46) si rinvia a Goeken 2012.

28

Or. 27 Cyz: 1.345, p. 30 Russell-Wilson.

29

Or.1 Pan.: 1.346, p. 32 Russell-Wilson; 1.349, p. 38 R.-W.; 1.350, p. 40 R.-W.; 1.360, p. 60 R.-W.; or. 17 Smyrn.: 1.356, p. 50 R.-W.; or. 26 Rom.: 1.360, p. 58 R.-W.

30

Edizione commentata Patillon 2002, con ampi riferimenti alla storia editoriale del testo. Si vedano in ogni caso anche le utili analisi in Rutherford 1998.

31

Sull’uso, spesso oscillante, delle categorie di λόγος πολιτικός e λόγος ἀφελής nella trattatistica retorica rinvio a Rutherford 1998 e, più recentemente, a Pepe 2013.

32

Cfr. Pernot 1981, 20–21; Patillon 2002, 1.97–99 e note di commento ad loc.

33

Per un’analisi dell’opera rinvio a Miletti 2011.

34

Miletti 2011, commento ad loc. Cfr. anche Rutherford 1998, 97–99.

35

Ps. Aristid. I 141–143. Un’analisi delle differenze con l’ipotesto aristideo è impossibile in questa sede. Mi limito a riportare di seguito il testo greco di Aristide come figura nell’edizione Keil 1898, segnalando in corsivo le parti modificate od omesse dall’autore dell’ars: 119. ἔστι κάλλη περὶ λόγους, ὡσαύτως δὲ περὶ ποίησιν, καί τινες ἰδέαι καὶ πόρρω καὶ ἐγγὺς ἀλλήλων, ἃς ἅµα µὲν πάσας λαβεῖν οὐ ῥᾴδιον, µέρος δὲ ἕκαστος ἀποτεµόµενος κατὰ τοῦτο εὐδοκίµησεν· Ὅµηρον δὲ, εἰ βούλει, ποιητῶν ἐξαίρει λόγου. 120 ὅταν οὖν τις ἀγώνισµα ποιήσηται διὰ πάντων τῶν καλῶν τούτων διεξελθεῖν καὶ πάσας µίξεις µῖξαι περὶ τοὺς λόγους, καὶ πρῶτον µὲν τὰ ἤθη πρέποντα τοῖς καιροῖς ἀποδοῦναι, ἔπειτα τὰς συζυγίας, οὗ µὲν ἀκριβείας δεῖ, ἐνταῦθα ὥραν προστιθεὶς, οὗ δ᾽ἐργασίας, ἐνταῦθα τάχος, τῷ δὲ περιττῷ σαφήνειαν, χάριν δὲ οὗ σεµνότης, οὗ δὲ εὕρεσις, ἐνταῦθα διαχείρισιν, οὗ δὲ τολµήµατα, ἐνταῦθα ἀσφάλειαν, ἐφ᾽ἅπασι δὲ ῥᾳστώνην καὶ δρόµον – καί µοι παρίει περὶ τούτων ἄµεινον σοῦ καὶ τῶν σοὶ προσοµοίων ἐπίστασθαι –, σκοτοδινιᾷ δὴ πᾶς ἐνταῦθα ἀκροατὴς καὶ οὐκ ἔχει τίς γένηται, ἀλλ᾽ὥσπερ ἐν παρατάξει κυκλούµενοι θορυβοῦνται, καὶ ὡς ἕκαστος ἔχει φύσεως ἢ δυνάµεως οὕτως ἐπαινεῖ, ὁ µὲν τῆς λέξεως τὴν ἀκρίβειαν, ὁ δὲ τοῦ νοῦ τὴν λεπτότητα ὡς ὡραία.

36

Cfr. Patillon 2012, ad loc.: “complication”; Wooten 1987, ad loc.: “abundance”; Rutherford 1994, 8: “envelopment”, in riferimento a “stylistic amplification and complexity”.

37

Hermog. Id. 1.11, 279–280 Rabe.

38

Rutherford 1994, 98–99; Patillon 2002, 1.XVXVI.

39

V. sopra, nota 19.

40

Hermog. Id. 2.5, 320 Rabe; cfr. Miletti 2011, 198–200.

41

Cfr. Rutherford 1998 per una disamina delle opere che possono aver influenzato il lavoro di Ermogene.

42

Aristid. 28. 145 (cfr. Miletti 2011, pp. 207–208). Nella sua collocazione originaria, il passo mira a mettere in cattiva luce l’interlocutore facendolo passare per un individuo invidioso, incapace di riconoscere la virtù negli altri oratori, mentre nel trattato pseudoaristideo, benché la lettera del testo venga ripresa quasi integralmente, il mutato contesto è sufficiente a trasmetterne un significato diverso, trasformandolo in un piccolo elogio dell’oratore virtuoso, cfr. Patillon 2002, 1. ad loc.

43

Analisi in Vix 2010, 87–101, 211–232, 474–495.

44

Lenz 1959. Un’analisi recente di alcuni dei problemi posti da questi materiali in Milazzo 2009. In generale, per questa tipologia di scritti rinvio all’ormai classico Mansfeld 1994.

45

È necessario sottolineare che gli scholia vetera relativi alle opere di Aristide avrebbero urgente necessità di una nuova edizione, dal momento che le edizioni attualmente disponibili, e cioè quella curata da Wilhelm Frommel nel 1826 relativa però ai soli discorsi 1–3 (Frommel 1826), e quella, di pochi anni successiva, curata da Wilhelm Dindorf sulla base del precedente lavoro di Jebb sui manoscritti (Dindorf 1829; Jebb 1722–1730), sono fortemente invecchiate e incomplete. Lenz aveva dichiarato di star lavorando a una nuova edizione degli scoli, che tuttavia non è stata mai realizzata (Lenz 1959, IX. Lo studio di Lenz sugli scoli è confluito principalmente in Lenz 1934). Alla luce di un’auspicata nuova edizione, pertanto, il numero delle informazioni sui commenti antichi alle opere aristidee potrebbe rivelarsi maggiore di quanto è possibile ricostruire oggi. Facciamo qui riferimento all’edizione Dindorf e alle segnalazioni presenti nei lavori di Lenz.

46

Suda, µ 1009, p. 391 Adler: Μητροφάνης, Εὐκαρπίας τῆς Φρυγίας, σοφιστής. ἔγραψε περὶ τῆς Φρυγίας αὐτῆς βιβλία β’, Περὶ ἰδεῶν λόγου, Περὶ στάσεων, εἰς τὴν Ἑρµογένους τέχνην ὑπόµνηµα, εἰς Ἀριστείδην ὑπόµνηµα. Metrofane era dunque di Eucarpia nella Grande Frigia, attivo forse nel tardo III secolo, inizio IV, e nutriva anche un interesse storico-antiquario locale, stando almeno alla menzione di questo suo studio sulla Frigia. Interessante inoltre che il lessico lo dia anche come commentatore di Ermogene (v. il contributo di Cristina Pepe in questo volume). La preziosa informazione di uno ὑπόµνηµα ad Aristide non trova purtroppo paralleli nella letteratura scoliastica superstite, e dunque nulla si può dire delle caratteristiche della sua esegesi.

47

Sch. Ael. Aristid. 12.72 (Leuctr. II), p. 355 D.; 15.13 (Leuctr. V), ed. in Lenz 1964, 13.

48

Lenz 1959. Contra Heath 2003 e Heath 2004, convinto dell’esistenza di almeno tre ‘Sopatro’, un’ipotesi che apre più problemi di quanti ne risolva: cfr. Maggiorini 2012, 11 nota 13.

49

Cfr. il recente status quaestionis in Maggiorini 2012, spec. 18–20.

50

Sch. Ael Aristid. 1.54, p. 77 Dindorf: a proposito della guerra tra Tebe e Orcomeno (discusso in Lenz 1934, 15–16); 1.110, p. 133 Dindorf: a proposito dei trofei a Maratona, Sopatro ricorda che gli Ateniesi recuperarono la stele che i Persiani avrebbero voluto erigere per una loro vittoria, la fecero scolpire come una Nemesi e la collocarono a Maratona. Quanto allo scolio al secondo discorso platonico (3.367, p. 674 Dindorf), Sopatro sarebbe intervenuto nel dibattito sulle distinzioni tra etopea, prosopopea e idolopea: Lenz 1934, 18–21; sull’uso di questa terminologia nella manualistica retorica antica cfr. i saggi raccolti in Amato-Schamp 2005, e inoltre Berardi 2017, 154–166.

51

Su Menandro cfr. sopra, nota 25.

52

Heath 2004.

53

Sch. Ael. Aristid. 1.13, 26 Dindorf = fr. 19, p. 122 Heath.

54

Cfr. anche la perplessità di Heath 2004, 122: “The point of Menander’s criticism is not clear to me”.

55

Sch. Ael. Aristid. 1.265, 259–260 Dindorf = fr. 20, p. 122 Heath.

56

Heath 2004, 122–123.

57

Sinesio, ep. 4.16. Se questa identificazione fosse confermata, allora l’Atanasio commentatore di Aristide sarebbe un retore alessandrino, attivo nella cerchia di Ipazia. Secondo Lenz (1934, 21), tuttavia, questo Atanasio andrebbe invece collocato prima, alla metà del IV secolo. Molte testimonianze sono raccolte in Glöckner 1901, 90–2; Schilling 1903, 738–742, e soprattutto in Rabe 1907b, 586–590, tra le quali un marginale nel ms. Matrit. 58, f. 139, nel quale si dice che Atanasio era di Alessandria e che i suoi lavori furono ‘corretti’ (διωρθώσατο) da Zosimo allievo di Teone (ibid., 586).

58

Cfr. Schol. Ael Aristid. 1.75, pp. 98–99 Dindorf (inizio della seconda parte secondo la struttura quadripartita); 1.185, pp. 196–197 Dindorf (inizio della terza secondo la struttura quadripartita, oppure della seconda, secondo la tripartita); 1.187, p. 197 Dindorf (idem); 1.228, p. 228 Dindorf (Atanasio).

59

Schol. Ael Aristid. 3.25, p. 456 Dindorf. Seguo qui l’edizione fornita in Lenz 1959, 12, che corregge in parte il testo riportato da Dindorf.

60

Lenz 1959, passim.

61

L’ἀνασκευή è infatti uno dei progymnasmata, dunque un esercizio di livello scolare. Sull’ἀνασκευή nei progymnasmata cfr. Kienpointner 1992; Spina 2015; Berardi 2017, 51–62.

62

H1 cap. 9, p. 162 Lenz. In generale sull’ἀντίρρησις nella trattatistica retorica cfr. Pepe 2013, 317–320, e Berardi 2017, 62–64.

63

Glöckner 1927, 1004.

64

Lenz 1959, 11–15.

65

Edizione in Patillon 1998.

66

Walz 1832–1836, 7.1206.11-28.

67

Cfr. Patillon 1998, CXIII: “Il s’agit probablement d’une glose à la définition de l’antirrhesis, glose entrée dans le texte postérieurement à la traduction arménienne, ou peut-être dans une autre tradition du texte de Théon.”

68

Analisi della questione in Berardi 2017, 55–62 (spec. 56, con utile tavola sinottica dei luoghi argomentativi così come sono elaborati nei vari trattati).

69

La fortunata formula è stata coniata in Pernot 1993, 14, nota 9; Pernot 2006, 201–202 (e cfr. ora Pernot 2017, 212–213) al fine di identificare un nuovo contesto dell’oratoria dominato dalla dialettica cristiano-pagana.

70

Cfr. da ultimi Cribiore 2008; Robert 2012, 69–79; Hernández de la Fuente 2013, 225–226; Miletti 2017a; Miletti 2017b.

71

Un’analisi più estesa di questo passo, svolta in parallelo a quella della più lunga epistola 1534 Foerster è in Miletti 2017b. Interessante (e ancora da indagare a fondo) è anche il prosieguo di questa epistola 1262 Foerster, nel quale Libanio spiega a Fortunaziano di aver spedito una διφθέρα contenente opere di Aristide, benché egli dubiti dell’autenticità di alcune di queste.

72

Synes. Dio 3.5.

73

Sull’influenza di Aristide su Sinesio cfr. Miletti 2017a, 18. Sul fatto che il De insomniis di Sinesio tenga ampiamente presente, pur senza citazioni esplicite, i Discorsi sacri di Aristide cfr. i saggi raccolti in Russell-Nesselrath 2014.

74

Basti guardare i passi di Aristide, dell’ars pseudoaristidea e del Περὶ ἰδεῶν λόγου di Ermogene citati in precedenza. Per una trattazione teorica del κάλλος come ἰδέα cfr. soprattutto Hermog. Id. 1.3, 296–311. La χάρις, ‘grazia’, anch’esso termine ricorrente nella trattatistica retorica, figura ad esempio come forma stilistica in Dionigi di Alicarnasso (cfr. Patillon 2002, 1.LVILXII).

75

Vedi sopra, nota 59.

76

Porfirio scrisse un trattato contro Aristide, secondo quanto riportato in Suda β 2098 Adler (Behr 1968; Pernot 2006, 307–309). Olimpiodoro si riferisce polemicamente ad Aristide in numerosi passi del suo commento al Gorgia platonico (Lenz 1946; passi discussi in Robert 2008, 1196–1206).

77

Sulle testimonianze relative ai dibattiti nei quali il sistema aristotelico di tripartizione dei genera oratori venne messo in discussione si veda Pepe 2013, 291–335.

78

Per una disamina dei manoscritti che contengono gli scritti isagogici si veda Lenz 1959, 26–39; Lenz-Behr 1976–1980, 1, IXLXVI.

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